Il dolore
Spiagge, la mappatura del governo è incompleta: ecco quali sono i documenti mancanti
Si è concluso l’iter per evitare le aste. Dopo quattro mesi di lavoro il tavolo tecnico ha prodotto una relazione di otto pagine che, però, presenterebbe dei "buchi"
ROMA. È terminata la mappatura delle spiagge italiane in concessione, ma la mappa non c’è. Sì, perché – precisa il report – «l’area demaniale va considerata nella sua interezza, non essendo possibile distinguere il dato a seconda della tipologia di costa».
Quindi, dopo quattro mesi di lavoro, il tavolo tecnico consultivo sulle concessioni demaniali istituito dal governo guidato da Giorgia Meloni ha prodotto una relazione di otto pagine che in sostanza dice: non c’è scarsità di risorsa naturale. Tradotto: la maggior parte delle spiagge è libera. In pratica degli oltre 381 milioni di metri quadrati di area demaniale in Italia, il 33% è attualmente in concessione, mentre il restante 67 è libero. E se il 33% a cui si riferisce il tavolo tecnico riguarda le aree costiere marittime e sia le aree storicamente in concessione sia quelle che sono oggetto di domanda di concessione ma non ancora evasa, sulla percentuale di spiagge libere (67%) gli elementi sono vaghi: non viene infatti specificato quale percentuale dei litorali potrà essere concesse a nuove imprese che vogliano investire nel settore. Tuttavia la coordinatrice del tavolo, Elisa Grande, capo dipartimento della presidenza del Consiglio, ha ritenuto che il lavoro per cui era stata chiamata poteva considerarsi sufficiente e ha deciso di chiudere i lavori e fornire i dati al governo, specificando anche che è stata segnalata «la necessità di un passaggio in Conferenza unificata e di presentare in via preliminare l’esito dei criteri e dei lavori alla Commissione Europea». Per arrivare a questo risultato (ancora incompleto) , i dati sui rapporti concessori sulle aree demaniali marittime sono stati acquisiti attraverso la banca dati Sid – Portale del mare. In ogni caso, questa banca dati non contiene i dati sul demanio lacuale e fluviale, la cui acquisizione richiede tempi lunghi di elaborazione – fa sapere il governo – in quanto gestiti a livello comunale o sovraregionale e subordinati a preventive e complesse valutazioni di natura idraulica e idrogeologica.
La palla, ora, passa al governo che deve scrivere una norma per decidere il futuro delle concessioni balneari che sono in scadenza il 31 dicembre di quest’anno.
La tesi del governo Meloni è nota: escludere dalle gare previste dalla direttiva Bolkestein le concessioni balneari già esistenti, richiamando l’articolo 12 della stessa che sostiene come le procedure selettive vadano fatte soltanto in mancanza della risorsa naturale. Che significa: dare in concessione i litorali libere, visto che ci sono e sono pure la maggior parte dell’area demaniale, garantendo dunque la concorrenza e, al tempo stesso, non espropriando gli stabilimenti balneari già esistenti, uno dei cavalli di battaglia di Fratelli d’Italia in campagna elettorale. Per riuscire a difendere le imprese, però, bisognava prima dimostrare che la risorsa naturale non è scarsa e, di conseguenza, calcolare la percentuale di spiagge occupate: da qui l’istituzione di un tavolo tecnico consultivo sulle concessioni demaniali. «Dopo 15 anni di limbo – spiega Fabrizio Lotti, vicepresidente nazionale della Federazione italiana imprese balneari (Fiba) – Confesercenti – serve una norma. È fondamentale andare a trattare in Europa per “blindare” le imprese del settore balneare. I nostri stabilimenti sono all’avanguardia e chi vuole subentrare dovrà pagare. La spada di Damocle della Bolkestein pende ancora sulle nostre teste. Intanto è stato dimostrato che c’è disponibilità di spiagge, ora il governo Meloni deve tenere il punto»l
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