Gioco
Inizia l'era di Luciano, mister felicità: «Un sogno da riaccendere e quella bandiera fatta da mia mamma»
Spalletti e la frase chiave nel giorno della presentazione come nuovo commissario tecnico della Nazionale di calcio: «Voglio che ai miei giocatori batta il cuore»
Cos’è che ci porta a tuffarci vestiti in una fontana, sguazzando insieme a centinaia di sconosciuti? Cos’è che ci fa aprire la portafinestra del salotto e attaccare il tricolore alla ringhiera del balcone? Cos’è che ci fa dannare, impazzire, litigare a sangue con parenti e colleghi, in tram o al bar? In Italia, una cosa sola: la Nazionale.
Noi, Paese eternamente diviso, sbriciolato in mille campanili che si detestano, siamo stati comunità poche volte: quando l’abatino Rivera ha appoggiato in rete il rigore in movimento di Italia-Germania 4-3, quando Pablito Rossi ha mandato in frantumi il Cristo del Corcovado e il Brasile intero, quando Fabio Grosso ha inchiodato Barthez e la grandeur francese a Berlino 2006. Quella maglia azzurra, volenti o nolenti, ce l’abbiamo appiccicata alla pelle, dalla culla al tramonto. Comunità, condivisione, tormento ed estasi.
E Luciano Spalletti, acuminata intelligenza toscana, conosce i moti dell’anima anche meglio del 4-3-3 che vorrà disegnare sul tappeto verde: non è casuale la scelta delle parole, delle iperboli, delle immagini nella prima esternazione da commissario tecnico. Empatia, simpatia, umanità: anche questo è il ruolo di commissario tecnico, che 60 milioni di italiani presumono di poter esercitare ogni giorno. Non che risultare simpatico fosse impresa difficile: dopo l’uscita di scena di Mancini, inelegante al limite della blasfemia calcistica, i tifosi avrebbero accettato anche Jack lo Squartatore come ct. Ma Luciano è oltre: lui sa come si fa, incantatore di serpenti uscito da trionfatore da una delle realtà calcistiche più difficili al mondo, Napoli, dove la religione maradoniana rende tutto più difficile. Spalletti ha vinto lo scudetto dopo 33 anni, tenuto testa a un tycoon lunatico come De Laurentiis e arginato valanghe di superstizioni: figuriamoci se può aver paura dell’aula magna di Coverciano.
Infatti non ne ha: empatico, simpatico, surfa sull’onda dei ricordi familiari per far capire che adesso la sua famiglia sarà questa, l’azzurro. Con un primo pensiero persino commovente: i bambini. Quelli che non hanno mai visto l’Italia al Mondiale, come lui fece da piccolo. «È davvero un’emozione indescrivibile. Un sogno che parte da lontano, mi ricordo che avevo undici anni nel 1970 durante i Mondiali del Messico e chiesi a mia mamma di farmi una bandiera dell'Italia più grande possibile per poter andare a festeggiare quel fantastico 4-3 contro la Germania. Ora questa bandiera dell'Italia la riporterò in campo quando andrò in panchina e tutti noi speriamo poi di far rinascere quel sogno della favola che è successa a me in tutte le migliaia di bambini che sono a guardare la Nazionale italiana».
Condivisione, emozione. Un filo rosso che lega Spalletti alla leggenda di quella panchina: alla pipa di Bearzot, un padre più che un tecnico, quello dello scopone in aereo con Pertini, la bara portata a spalla dai suoi ragazzi del 1982, alla bonomia di Bernardini e Valcareggi, alla penna di alpino di Vittorio Pozzo, al sigaro di Marcello Lippi, alla praticità romagnola di Vicini, al futurismo di Sacchi, alle “madonne” tutte brianzole del Trap: uomini, sentimenti, emozioni. Quelle che l’algido Mancini, convolato a nozze coi soldi degli arabi, raramente ha regalato.
La ricerca della felicità, prima ancora del gioco. Perché i giocatori in campo sanno metterli in molti, ma vai a trovare uno che li renda felici. «La Nazionale – ha sillabato Luciano – deve tornare ad essere felice perché è quella di cui abbiamo bisogno. I giocatori devono essere felici di vestire questa maglia. Che ha una storia fatta di grandi campioni come Gianluca Vialli che sarà sempre con noi nello spogliatoio». Una felicità che Spalletti ha provato a Napoli. «Qualcosa di travolgente, forse più di quello che uno si possa aspettare». E pazienza se una volgare clausola su un contratto ha rischiato di soffocarla, questa felicità. «Niente mi farà retrocedere dal pensiero di aver preso la direzione corretta e aver deciso la cosa corretta da fare. Ci sono delle cose che dobbiamo sistemare e sulle quali stanno lavorando gli avvocati e io spero che si possa arrivare il prima possibile alla migliore soluzioni per tutte e due le parti». Quisquilie, avrebbe detto un Principe della risata. Ora c’è da spolverare i bandieroni, vincere, sorridere, e magari alla fine sì, tuffarsi ancora nelle fontane dei nostri anni belli. Non sarà facile, perché l’onda lunga dell’unico successo manciniano, l’Europeo 2021, ha lasciato il posto a una funesta risacca di eliminazioni e brutte prestazioni. «I giocatori italiani convocabili sono circa 150 su 570, quindi andremo a prendere dove troveremo, ma non abbiamo alibi, abbiamo una storia di personaggi, come Lippi, Bearzot, Pozzo, che ci indica la strada. Dobbiamo dare continuità alla storia vissuta dall'Italia che è bellissima e che ci rappresenta benissimo».
Da Mergellina a Coverciano, dall’azzurro all’azzurro, il Predestinato di Certaldo sa di non poter sbagliare, altrimenti addio cuore e amore. Con Macedonia del Nord e Ucraina servono due vittorie che non ci spingeranno per strada a strombazzare i clacson, ma ci daranno serenità e un abbozzo di sorriso. L’era Spalletti è iniziata con le parole, belle, e con le immagini, affascinanti. Quelle di bambini, mamme che cuciono la bandiera, Italia-Germania dell’Azteca, Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot. Luciano è la prossima penna per un romanzo solo italiano. Adesso la intinga nell’inchiostro del sogno.
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