Sicurezza
San Miniato, le verità contrapposte della strage del 1944: rappresaglia tedesca o errore americano?
Oggi il ricordo delle 55 vittime: dopo 79 anni il paese è ancora diviso sull’attribuzione della responsabilità
Al MuMe – il museo di storia locale di San Miniato – c’è un’ampia sezione dedicata alla Strage del Duomo del 22 luglio 1944: una vicenda articolata e complessa che vede scontrarsi più verità e da quasi 80 anni scatena una battaglia a bassa intensità per l’attribuzione della responsabilità di quei 55 morti.
Ecco, quella sezione – contiene la prima lapide provvisoria in ricordo delle vittime: su quel marmo vi è una semplice commemorazione, non è presente nessuna accusa, una situazione diversa rispetto alle due lapidi successive (una firmata dallo storico Luigi Russo, un'altra dall'altra dall'ex capo di stato Oscar Luigi Scalfaro) che fino a una decina di anni fa si ergevano sulle mura del municipio e che davano la colpa prima ai tedeschi e poi agli americani.
D’altronde la storia della ritirata tedesca e della contemporanea avanzata americana è irta di verità scomode e spesso nascoste, in un senso e nell’altro. Furono i tedeschi a minare il Duomo di San Miniato dove avevano fatto rifugiare gli sfollati o fu un colpo americano a entrare per sbaglio da un rosone per poi deflagrare all’interno? A guardare le due lapidi una risposta chiara non c’è. Eppure con gli anni e le perizie la verità più accettata – anche se storicamente scomoda – è divenuta quella dell’errore americano e non dell’eccidio tedesco.
Oggi – 79 anni dopo – avverrà la consegna della cittadinanza onoraria alle vittime: la mattinata, organizzata dal Comune e dalla Diocesi di San Miniato, si aprirà con la cerimonia nel chiostro dei Loggiati di San Domenico (inizio ore 9.30) durante la quale suoneranno le campane della chiesa (alle 10), momento in cui avvenne il terribile scoppio dell’ordigno bellico e si darà infine lettura dei nomi delle 55 vittime.
Sulla strage spesso si è parlato di un coinvolgimento – una sorta di favoreggiamento – del vescovo Ugo Giubbi, che però non è mai stato dimostrato. Fatto sta che la mattina del 22 luglio 1944 le persone furono convogliate all’interno della Chiesa di Santa Lucia e San Jacopo (per i sanminiatesi di San Domenico) e, appunto, nel Duomo. Qui iniziano i dubbi della storia: c’è chi racconta, ad esempio, che i soldati tedeschi guardassero costantemente l’orologio, come se conoscessero già l’orario dell’esplosione (i tedeschi minarono moltissimi edifici, tra cui la Rocca Federiciana, poi ricostruita nel dopoguerra). Le domande sono tutt’oggi moltissime: dato che l’esercito tedesco ordinò alla popolazione di riunirsi nelle piazze antistanti le due chiese e poi nelle stesse, perché lo fece? Per salvaguardare i civili dai cannoneggiamenti o perché c’era già un piano in atto?
Era in grado un singolo proiettile di artiglieria, seppur a detonazione ritardata, di causare una carneficina di tale portata oppure gli ordigni erano già all’interno? Ci fu un aereo alleato che dall’alto indicò all’artiglieria americana un assembramento – quello fuori dal Duomo - come potenziale obiettivo da colpire? Se fosse stata una rappresaglia deliberata degli invasori, non sarebbe stato più semplice far entrare gli sfollati in chiesa e ucciderli con armi da fuoco, dato che non avevano nessuna via di fuga? Di azioni di questo tipo i tedeschi si erano già macchiati e non smetteranno di farlo. A parlarne si vanno a toccare tantissime sensibilità diverse, si cammina su un filo sottilissimo e allo stesso tempo tagliente, come sospesi tra due grattacieli che altro non sono che le due verità. A partire dagli anni Novanta e anche a seguito della nuova documentazione legata al famigerato “Armadio della vergogna”, sul caso sanminiatese furono condotti nuovi studi a sostegno di una o dell’altra tesi; tutto questo si accompagnò a lunghe polemiche di stampo politico. Nel 2002 il giudice per le indagini preliminari del tribunale militare di La Spezia Marco De Paolis iniziò a riesaminare il fascicolo e nel 2006 dispose l’archiviazione del procedimento avallando l’ipotesi di un incidente causato da un colpo di artiglieria americano.
Ma che la memoria sia ancora divisa e incerta lo dimostra proprio la collocazione – l’una accanto all’altra sopra il museo della memoria – delle due lapidi che incolpavano prima i nazisti e poi gli statunitensi. Il nervo rimane scoperto e alle nuove generazioni spetterà l’arduo compito di giungere a una verità condivisa. In fondo – come diceva lo scrittore francese George Bernanos - chi cerca la verità nell'uomo deve farsi padrone del suo dolore. E con 55 morti – donne, anziani e bambini - il dolore è proprio ciò che non manca.
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