La manifestazione
Michela Murgia e il tumore, la dottoressa Manuela Roncella: «Vi spiego cos’è fondamentale in un momento così difficile»
La nostra intervista alla direttrice del Centro senologico dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup), dove ogni anno passano circa duemila donne che hanno un tumore al seno
PISA. La parte più difficile per le pazienti è la diagnosi. Quando dal sospetto si passa alla certezza. E infatti spesso, nei loro racconti, le donne con un tumore si ricordano tutto di quel momento, ogni minimo dettaglio. Cosa stavano facendo mentre «hanno appoggiato una mano sul seno e hanno sentito il nodulo, o sono andate a fare una mammografia e hanno visto lo sguardo preoccupato del medico. È l’annuncio dell’evento catastrofico. Ed è sconvolgente», dice la dottoressa Manuela Roncella, direttore del Centro senologico dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup), dove ogni anno passano circa duemila donne che hanno un tumore al seno. Poco più di 700 i nuovi cancri all’anno (in Toscana ce ne sono circa 3.500).
Dottoressa, da quello che vedete è quindi la diagnosi il momento più difficile da affrontare per le pazienti?
«Sì, è una frattura nel loro quotidiano. Ecco perché cerchiamo di fare percorsi di diagnosi in cui il tempo sia il minore possibile. Nel momento in cui diamo una proposta di trattamento, la possibilità di risolvere il problema, vediamo che le donne tirano fuori una forza che forse nemmeno loro sanno di avere. Ce lo hanno raccontato anche le nostre pazienti grazie a un progetto di medicina narrativa (“Le cose non dette” in attesa di trovare una pubblicazione), in cui le donne hanno raccontato la loro esperienza. Per loro è uno strumento importante per esorcizzare il dolore; per noi per capire come orientare i servizi».
Come si reagisce a una notizia del genere?
«Alla notizia della diagnosi alcune si arrabbiano moltissimo, non se lo aspettano. Altre invece sono rassegnate, perché magari hanno visto la mamma o la nonna affrontare tutto questo, e quindi vivono un senso di ineluttabilità. Una delle prime domande è “perché a me? Perché adesso?”La malattia coglie donne sempre più giovani, che non hanno ancora portato a termine il proprio progetto di vita. È psicologicamente impegnativo. Ma lo è anche per le persone anziane, che magari hanno sofferto durante la vita e vorrebbero quindi passare una vecchiaia tranquilla. In ogni caso la reazione è individuale, fermo restando che il centro di cura deve dare strumenti per superare anche questo momento».
E il dopo? Si può affrontarlo serenamente?
«Ognuno ha bisogno di più o meno tempo per metabolizzare la notizia. I momenti di scoraggiamento ci sono. Il percorso è duro e lungo, e può capitare che uno si chieda spesso il motivo per cui sta affrontando tutta questa sofferenza. Ma nella mia esperienza c’è sempre la voglia di lottare».
C’è quindi la tendenza a dare un significato.
«Sì, e la famiglia e gli amici sono elementi fondamentali. Spesso le donne hanno paura di non vedere i figli crescere, di non esserci nelle tappe importanti, e queste sono motivazioni molto importanti per curarsi, andare avanti».
In un’intervista la scrittrice Michela Murgia, mentre parlava del proprio tumore, ha detto di non voler usare il termine bellico. Lo avete notato anche nelle vostre pazienti?
«Ogni persona è diversa. Ma il termine bellico ormai è passato di moda; ora la parola più giusta più che lotta è consapevolezza, e quindi come tale riuscire ad adottare tutti quei sistemi per fronteggiare i pericoli della vita. Poi c’è un altro aspetto».
Quale?
«Nell’intervista la Murgia parla anche del suo fine vita. Non si può sapere quando sarà, ma sa che non morirà di vecchiaia. E lo affronta parlando del trattamento che la aiuterà, forse per anni. Quindi c’è sempre la speranza. Bisogna aiutare le persone a non perderla, pur facendo capire esattamente il problema. Per questo la comunicazione da parte nostra, uno degli aspetti più difficili del nostro lavoro, è fondamentale. La donna di oggi è diversa da quella di una volta: nella maggior parte dei casi vuole sapere. Poi il carcinoma del rene è una patologia che ha una sopravvivenza peggiore rispetto al tumore alla mammella, che se preso in tempo e con una biologia del tumore favorevole ha una probabilità di guarigione anche oltre al 90%».
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