Sicurezza
Professore, assessore e pacifista: Livorno perde Rocco Pompeo
Dalla contestazione studentesca a Pisa al Villaggio di Corea con Don Nesi. L’insegnamento al classico e la delega alla cultura nelle giunte Nannipieri
LIVORNO. «Tutto è cominciato come poteva cominciare con l’arrivo di un prete in una periferia operaia dove il Pci arrivava all’80%: di giorno la chiesina di legno veniva costruita e la notte arrivava qualcuno a smontargliela». L’ultima volta che ci parlammo, quell’esperienza indimenticabile fatta di passione, lotta, preghiera e partecipazione, non era affatto un amarcord nostalgico, qualcosa da raccontare ai nipotini. Era carne viva, “vita della propria vita”, come scrisse il collega Mauro Zucchelli su queste colonne.
Era “carne viva” proprio come per tanta gente di Corea, cresciuta tra le braccia proteTtive di quel villaggio-laboratorio. Aveva conosciuto don Alfredo Nesi ai tempi dell’Università, lui giovane studente originario di Muro Lucano (Potenza) idealista, pacifista, contestatore. L’altro il prete operaio. Lui laico, ma di una laicità contagiosa, religiosa nel senso etimologico del termine (il laico che univa e gettava ponti anche in un periodo di forti contrapposizioni). L’altro sacerdote di “strada” o di quartiere, il don Milani livornese.
Fu un colpo di fulmine. Perché molto della vita, la carriera, l’impegno politico e sociale del professor Rocco Pompeo, trae linfa dall’esperienza del Villaggio di Corea di don Nesi. Ieri l’uomo che è stato il braccio destro, il più stretto e fidato collaboratore del sacerdote, colui che ha guidato per lunghi anni la fondazione che ancora oggi ne porta avanti idee, pensieri e progetti, è morto nella sua casa di via Ernesto Rossi a Livorno. Aveva 78 anni e mille storie ancora da raccontare. Perché nel frattempo Rocco Pompeo è stato un insegnante, un attivista dei movimenti non violenti, un socialista ante litteram; un impegno politico a tutto capo, il suo, che si concretizzò con tre mandati da assessore comunale, prima nella giunta Nannipieri, poi da indipendente con Benvenuti. Una passione, quella per la politica, che lo portò negli ultimi anni a candidarsi a sindaco nel comune di Castellina Marittima, territorio a lui molto caro che era diventato il suo rifugio per pensare. Qui, da amministratore della tenuta agroforestale di Montevaso, che aveva allestito una sorta di agriturismo culturale dove oggi il figlio Enrico - anche lui professore – porta avanti una serie di attività che spaziano dal teatro ai seminari sui temi dell’ambiente, dell’inclusione e della formazione non violenta. Della carriera di professore si può dire che Rocco Pompeo ha insegnato a generazioni di studenti del liceo classico Niccolini, a Livorno, quello che più amava, la filosofia, disciplina in cui si era laureato a Pisa nel pieno della contestazione giovanile. E proprio nel 68’, quando il movimento studentesco contestava il “regime universitario” e le cattedre dei “baroni”, fu protagonista - il 13 febbraio del ’68, di un episodio che passò alla storia. Pompeo, infatti, giovane studente di Filosofia fu colpito da uno schiaffo in aula da parte del professor Tristano Bolelli che reagì dopo che gli era stato dato del “ricattatore e fascista” (anche se lo stesso Pompeo ha sempre negato di avergli dato del fascista). Ci furono strascichi giudiziari in un periodo in cui la temperatura della contestazione e la divisione fra il movimento studentesco e una buona parte di quello docente era arrivata. Pompeo conosceva Sofri, da cui lo divideva l’estrazione politica (lui era un socialista “lombardiano”, niente a che fare con Potere Operaio) ma del quale condivideva la voglia di trasformare la società, e a Pisa, negli anni dell’università, era diventato uno dei capi della contestazione.
Proprio la voglia di “sporcarsi le mani” e fare qualcosa per la sua città lo porta da una parte a lavorare con Don Nesi, per tirare su il villaggio (sarà chiamato ad insegnare a Corea proprio dal sacerdote-amico), poi ad accettare l’invito di Alì Nannipieri a occuparsi di cultura nella sua giunta. Un incarico che rivestirà per due legislatura, ereditando anche la delega al sociale (altro tema a lui molto caro). Dopo questa esperienza, dal 1970 al 1977, Pompeo rompe con il Psi non condividendo la linea di Craxi. Entra per la terza volta in consiglio comunale nel 1985 eletto come indipendente nelle file del Pci, per accettare un nuovo incarico in giunta con il sindaco Benvenuti. Nel frattempo scrive libri, si occupa di seminari non violenti, di teatro, di scuola. Continua a guidare con energia e passione la fondazione Don Nesi di cui sarà presidente fino a pochi anni fa e cerca di mettere a frutto tutto questo patrimonio culturale e di passione nell’officina-laboratorio di Montevaso. Prova anche la nuova avventura politica candidandosi per una lista civica a Castellina per due volte, l’ultima l’anno sorso quando è il terzo concorrente per un’alleanza che si chiama (e non poteva essere altrimenti), Democrazia Aperta per Castellina.
Ultimamente si divideva fra Livorno e Montevaso. Una settimana fa era stato colpito da un infarto ed era stato ricoverato all’Utic. Dimesso, le complicazioni del malore si sono manifestate nella notte di mercoledì. Ieri mattina è morto nel letto di casa in via Ernesto Rossi. Lascia i figli Enrico, professore, Francesca attrice e la moglie Ornella. A loro vanno le condoglianze di questa redazione. Dal 23 dicembre la salma sarà al cimitero dei Lupi dove, a cura delle onoranze funebri della Svs di via San Giovanni, alle 15 sarà cremata
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