Il dolore
Anno 1631, quando la peste blindò Campiglia Marittima
Campiglia Marittima, l’assessore Camerini invita alla lettura delle pagine del dottor Luca Pro. L’epidemia, le paure, le contromisure di allora e le similitudini con il Covid-19
CAMPIGLIA MARITTIMA. Lo stato di apprensiva incertezza dovuto all’emergenza Covid-19 è spiegabile secondo dinamiche non molto dissimili da quelle vissute dai nostri antenati in epoche assai meno evolute scientificamente e tecnologicamente. È ciò che ci raccontano le pagine scritte dal dottor Luca Pro nel 1631. Nella primavera di quell’anno Campiglia Marittima fu investita da una terribile epidemia di peste. E quando finì il contagio il medico si mise a scrivere, tra l’altro lui si era ammalato e aveva perso tutta la famiglia.
«Vagilla la mente, trema la voce, palpita il cuore, casca la penna a quel che scrive, che mesto si volta a chi comanda e dice vuol pur ch’io rinnovelli il gran dolore, ed il gran danno di questa terra del quale ne ho provata la maggior parte. Lo farò sì, poiché è necessario farlo per i peccatori, ma lo farò piangendo, e potrò dire con il mantovano Omero: chi mai a raccontarlo frenerebbe le lacrime?». Inizia così la cronaca manoscritta di quella terribile epidemia.
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Pagine che in questi giorni l’assessore alla Cultura di Campiglia Gianluca Camerini, nella sua veste di storico, ha invitato a rileggere pubblicandone estratti sui canali social. «Sia chiaro, nessun parallelo con quanto stiamo vivendo oggi può essere fatto». È la premessa di Camerini. Semmai, tornare al passato può far capire che ci sono delle condizioni mentali che non conoscono tempo e si fatica a gestire: la paura, lo smarrimento. «Stati d’animo alla base di reazioni irrazionali, che portano a fare cose senza guardare all’altro. E che sono sempre a rischio di replicarsi ai giorni nostri».
C’è una domanda che aiuta a capire la prospettiva con cui ripercorrere quelle pagine di cronaca. «Com’era arrivata la peste a Campiglia?», si chiede lo storico. «La famiglia che si ammalò per prima probabilmente aveva preso la peste a San Gimignano – racconta Camerini – Se avessero dichiarato subito di essere stati in una zona infettata, e che avevano fatto una cosa contro la legge, probabilmente avrebbero potuto tenere la peste fuori dalle mura di Campiglia. Invece, il morbo si diffuse attraverso le persone che si recavano a far visita al malato. Della famiglia il dottor Pro non dice il nome, forse perché non passi alla storia come una famiglia di untori. Ma ci rivela il meccanismo per cui di fronte al pericolo tendono a prevalere gli egoismi. Anche oggi si registrano comportamenti di superficialità».
Ma c’è dell’altro. Spunti di riflessione utili per essere relativamente ottimisti e ricordarci che oggi, a differenza del 1631, siamo attrezzati per affrontare il problema del Covid-19. «All’epoca non si conoscevano le vere cause della peste, neanche i medici e gli “scienziati” più famosi avevano capito fino in fondo i meccanismi di trasmissione della malattia – dice Camerini – Circolavano le teorie più diverse e stravaganti, come ci conferma anche il dottor Pro, nella sua memoria». Il medico si chiede se tutto ciò sia avvenuto «per influsso celeste, o per vapori della terra, o per fame o guerra, o malefizii fatti» o per «la congiunzione dei maligni pianeti».
Ciò che più colpisce non sono le somiglianze con quanto accade oggi, ma la distanza che la medicina ha percorso in questi secoli. Anche se in un’Italia blindata da severe restrizioni anti-coronavirus sono tornate d’attualità misure importanti e poco tecnologiche che possiamo adottare per ridurre le possibilità di diffusione dell’infezione. E per contenere la paura che domina le nostre giornate, che spesso produce altri danni. L’allontanamento sociale, il lavaggio delle mani, il coprirsi la bocca quando si tossisce e il restare a casa quando si è malati sono tutti accorgimenti che non hanno tempo e che si ritrovano nella cronaca del dottor Pro.
Nel 1631, appena i campigliesi si resero conto che era scoppiata un’epidemia di peste, i rappresentanti della comunità radunarono il Consiglio e fu subito creata una commissione sanitaria per gestire l’emergenza, contenere la diffusione del male e salvare il maggior numero di persone. «Furono pubblicati degli ordini e si fece in modo che tutti li osservassero, con gravissime pene per i trasgressori, senza accettare alcuna scusa e senza avere alcun riguardo per nessuno. Non capivano bene come si trasmettesse la peste però avevano una struttura politica e sociale che gli permetteva di essere più duri».
Chi aveva ammalati in casa doveva avvertire immediatamente il medico. Ogni contatto fisico al di fuori della propria famiglia era vietato e gli uomini dovettero sospendere ogni frequentazione con le prostitute del paese, con le quali era vietato anche solo parlare. Ogni adunata di persone era vietata, nelle case private e nei luoghi pubblici. Nella piazza del paese non potevano sostare contemporaneamente più di due persone e a distanza di sicurezza. «Vedendo di giorno in giorno li Deputati che il contagio andava crescendo facendo gravissimo danno, e conosciuto per esperienza che il praticare cagionava molto male deliberarono… di fare una separazione di persone in modo di quarantena», si legge nella cronaca del dottor Pro. Nella chiesa fu ordinato al pievano che facesse «levare tutte le panche delle donne come subito seguì, acciò in Chiesa non avessero occasione di toccare o appoggiarsi l’una dove fosse stata l’altra, che in ogni modo per più sicurezza volsero interamente proibire che alcuna donna o ragazzi fino all’età di 10 anni non potesse andare in Chiesa né a Messa né ad altri divini Uffizi, stando sempre avvertiti che li uomini che ci potevano andare non facessero calca, ma sempre stassero lontani...». —
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