Finanza
Chiamate moleste «Legge squilibrata che va cambiata»
Prima per telefonarci dovevano chiedere il permesso
«Bisogna restituire ai cittadini il controllo dei loro dati»
Tre mosse basterebbero. Un registro unico per numeri fissi e cellulari. La revoca universale del consenso a ricevere telefonate commerciali. La responsabilità solidale (condivisa) fra call center e gestori dei servizi che commissionano le telefonate (moleste). Tre modifiche alla legge e la gente si potrebbe sbarazzare del telemarketing selvaggio. O, almeno, potrebbe ridurlo drasticamente, spiega Giuseppe Busia, segretario generale del Garante della Privacy, l’Autorità con il compito di arginare (e sanzionare) l’invasione delle chiamate indesiderate. Anche se per centrare l’obiettivo sarebbe necessaria un’altra mossa: rendere più stringente la sorveglianza sui call center esteri, molti dei quali sfuggono alle verifiche grazie alle lacune della legge, che «limita (fra l’altro) talune obbligazioni a quelli con 20 dipendenti». Dal 2011 il Garante ha ricevuto oltre 23mila segnalazioni contro le telefonate selvagge.
Il 2011 è l’anno di istituzione del Registro delle Opposizioni, l’elenco per ripararsi dalle chiamate commerciali (sui telefoni fissi, di fatto i soli inseriti negli elenchi). All’Autorità le modifiche introdotte dal legislatore non sono mai piaciute. Anzi si era proprio opposta: «Fino ad allora, chi voleva fare telemarketing doveva prima chiedere permesso per entrare in casa nostra attraverso il telefono. Ora è il contrario: per non farli entrare, bisogna appendere il cartello "non disturbare"». Un modo semplice, quello di Busia, per sintetizzare come «si siano indebolite le garanzie». A discapito degli utenti.
Avvocato Busia, l’Autorità che lei rappresenta, da anni sottolinea la debolezza della normativa che ha istituito il Registro delle opposizioni. Perché?
«La ferita si è aperta proprio con la modifica del Codice privacy su questo punto. Prima anche gli abbonati iscritti negli elenchi non potevano essere contatti a meno di non aver dato preventivamente un consenso espresso; ora possono essere chiamati, a meno che non si iscrivano al Registro delle Opposizioni, precisando di non voler essere disturbati. Da lì la situazione è peggiorata perché le telefonate sono aumentate e finiscono per colpire i soggetti più deboli, in particolare gli anziani: non solo per il disturbo creato con le telefonate, ma anche per la successiva attivazione di contratti senza una effettiva consapevolezza da parte dell’utente».
Per arginare il fenomeno, almeno per i numeri “fissi”, esiste, appunto il Registro delle Opposizioni.
«Il ricorso al Registro si è rivelato molto limitato. Parliamo dell’1-2% delle utenze: in Italia le linee telefoniche fisse e mobili sono circa 115 milioni; gli abbonati negli elenchi 13 milioni, ma gli iscritti al Registro appena 1,5 milioni. I numeri ci dicono che questo strumento non offre una tutela significativa».
Perché?
«Non è un problema di come è gestito il Registro. La debolezza sta nella normativa che deve essere modificata».
Quali modifiche alla normativa sollecita il Garante della Privacy?
«La prima modifica deve riguardare proprio il Registro delle Opposizioni».
Come dovrebbe essere il nuovo Registro?
«Nel “nuovo” Registro dovrebbe essere possibile iscrivere tutti i numeri, fissi e cellulari, non solo quelli inseriti negli elenchi telefonici».
Anche con il registro aperto ai cellulari, resterebbe il problema che gli abbonati lamentano: l’obbligo di revocare il consenso a ogni azienda.
«Non con la soluzione che il Garante suggerisce. L’iscrizione al Registro generale dovrebbe comportare la cancellazione automatica di tutti i consensi dati fino a quel momento per le telefonate commerciali, anche se il consenso è stato espresso con strumenti diversi dall’iscrizione sugli elenchi. Così si porrebbe un argine pure al problema dei consensi dati in modo più o meno consapevole. Anche se, su questo, il Garante deve lanciare un appello ai cittadini a prestare attenzione a non barrare le caselle del “consenso all’invio di proposte di marketing” e di “consenso alla cessione dei dati a terzi”. Dai controlli effettuati su segnalazioni, verifichiamo che molte volte i cittadini avevano autorizzato trattamento e cessione dei dati, magari senza accorgersene, al momento di firmare per la carta fedeltà del supermercato».
In parole povere, con il registro unico scatterebbe l’opposizione "universale" al telemarketing indesiderato?
«Esatto. Si potrebbero cancellare tutti i consensi dati prima dell’iscrizione al Registro. Se, poi, sono davvero interessato a un prodotto, a un contratto, darò un nuovo consenso a quella specifica società. Ma al tempo stesso dovremmo incentivare chi organizza le nuove campagne a controllare il Registro per sapere se può ancora utilizzare i numeri in suo possesso: oggi più gli operatori “ripuliscono” le loro liste tramite il Registro, più pagano. Si dovrebbe invece passare a un sistema di finanziamento che, a fronte del pagamento iniziale necessario a sostenere i costi del Registro gestito dalla Fondazione Bordoni, l’operatore possa consultarlo ogni volta che vuole. In questo modo sarebbero tutti soddisfatti, clienti e operatori».
Gli operatori un po’ meno.
«Non è vero: anche gli operatori non hanno interesse a perdere tempo con chi non vuole ricevere telefonate. Mettiamo in condizione la popolazione di essere informata legittimamente sulle offerte commerciali migliori quando ne ha voglia. E le diamo la possibilità di cancellarsi quando lo ritiene. Il cittadino torna a dominare sui propri dati, si riappropria del controllo delle informazioni. Bisogna ritrovare l’equilibrio fra diritti che con l’attuale normativa si è perduto».
Anche perché spesso gli utenti subiscono le telefonate senza identificare il vero responsabile dell’uso scorretto del proprio numero.
«Per questo servirebbe introdurre una “responsabilità solidale” fra il soggetto che materialmente chiama il cittadino (di solito il call center) e il gestore del servizio (l’azienda) a favore del quale la chiamata viene effettuata. La legge dovrebbe consentire al cittadino di rivalersi indifferentemente sull’uno o sull’altro per i danni, e a noi per la sanzione».
A che cosa servirebbe, in concreto, la “responsabilità solidale” fra call center e azienda?
«A evitare lo scaricabarile di responsabilità. E a ripulire il mercato dai cattivi operatori che danneggiano anche i buoni. Un effetto concreto dell’introduzione della responsabilità solidale? Se il call center che ci chiama è piccolo o se è all’estero e non è in grado di rispondere del danno che ci ha arrecato, ci si può rivalere sul committente, l’azienda che ha commissionato le telefonate, di solito più solida e facilmente individuabile. Ciò porterebbe quest’ultima a selezionare già in partenza un call center serio, magari italiano, sapendo che, di fronte a un reclamo, sarebbe comunque chiamata a rispondere».
Oggi, invece, le aziende sfuggono alle responsabilità. O le scaricano sui call center?
«Capita che commissiona le campagna tenti di scaricare le responsabilità anche con contratti che affidano ai call center il compito di individuare i numeri da chiamare, le liste dei clienti. Se la legge, invece, prevedesse obbligatoriamente la responsabilità solidale i committenti dovrebbero innanzitutto pagare (o risarcire il cliente) e poi rivalersi sul call center che avevano incaricato».
Anche se i call center non fossero all’estero, ci sarebbe più possibilità di controllo. E di sanzione.
«Il Garante sta collaborando con l’Albania per rendere efficaci i controlli in questo Paese. Oltre a un corso di formazione per i colleghi dell’Autorità della privacy locale, abbiamo individuato imprese italiane o che hanno contatto con aziende italiane da sottoporre a controlli. In base a un accordo del 2015, effettueremo ispezioni congiunte o ci affideremo ai colleghi albanesi. Anche in questo caso, però, la normativa presenta debolezze».
Quali limiti ci sono per i controlli dei call center italiani all’estero?
«Noi possiamo comunque effettuare i nostri controlli, ma il meccanismo per individuare i call center esteri meriterebbe una revisione. Il legislatore ha previsto obblighi di comunicazione al ministero dello Sviluppo Economico, al Garante (e di informazione ai cittadini) per i call center esteri o che trasferiscano l’attività all’estero. Ma questi obblighi sono limitati agli operatori con più di 20 dipendenti, mentre nei call center lavora quasi sempre personale precario. Inoltre, se un call center chiude in Italia e riapre in un altro Paese con un nome diverso, non sempre è possibile dimostrare la continuità di attività. Anche su questo abbiamo suggerito al ministero dello Sviluppo economico correzioni: confidiamo che possano essere accolte dal legislatore». Gli emendamenti al decreto concorrenza sono già stati presentati. Tutto sta a vedere se saranno approvati. @ilariabonuccell ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
