Attenzione
Due o tre cose da sapere per orientarsi nella vicenda ex Lucchini
Dopo mesi di annunci e incontri il progetto iniziale sembra essere cambiato e i tempi del passaggio di proprietà si allungano.
Piombino. A distanza di alcuni mesi dallo sbarco di monsieur Issad Rebrab a Piombino l'unica certezza è che non ci sono punti fermi. Non si conosce con esattezza la data del passaggio di proprietà la cui firma è già slittata un paio di volte, né è dato sapere cosa effettivamente si produrrà nel nuovo stabilimento e neppure con quali impianti, se con un vecchio altoforno "ristrutturato" o con uno elettrico realizzato appositamente o con entrambi. Un'altalena di ottimismo alimentato dalle speranze, e di pessimismo fomentato dall'indeterminatezza di progetti e scadenze.
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Tutto parte con grandi promesse di produre acciaio entro 18 mesi che suona come una melodia alle orecchie di 2200 dipendenti che vivono con lo spettro della disoccupazione. E per chi ancora nutrisse dubbi non resta che ascoltare quanto ripete Rebrab nell'incontro ufficiale a Piombino qualche mese dopo, in dicembre: Diventeremo leader dell'acciaio. Gli algerini conquistano così una linea di fiducia da parte degli italiani e soprattutto di una cità che spera di apriore davvero una stagione nuova, fatta sì di acciaio ma anche di agro alimentare, commercio, traffico marittimo, turismo.
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In questo quadro ridisegnare gli spazi occupati dallo stabilimento è un passaggio fondamentale: spostare l'altoforno più lontano dal centro abitato, restituire aree al porto, costruire zone di stoccaggio per i prodotto alimentari significa davvero - come dice Issad Rebrab al governatore Enrico Rossi - trasformare questa zona della Toscana nella "Stella del Mediterraneo".
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Lo stesso premier Matteo Renzi vola ad Algeri per firmare un patto di collaborazione tra i due Paesi al cui interno le acciaierie di Piombino sono un passaggio importante.
Eppure qualcosa, col passare delle settimane, sembra non scorrere con la necessaria scioltezza. Si rincorrono voci che si voglia riaccendere il vecchio Afo (la sigla con cui si indicano gli altoforni) ormai spento da mesi e fino ad allora da tutti considerato inutilizzabile. Anzi, secondo una corrente di pensiero, proprio quel tipo di altoforno a ciclo continuo sarebbe stato in passato il tallone di achille. Per essere economicamente sostenibile, l'Afo deve produre circa 2 milioni di tonnellate di acciaio l'anno. Sotto quel livello diventa un impianto in perdita.
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Per non parlare poi dell'impatto ambientale. Ma nonostante tutto questo Rebrab tira dritto e il 19 marzo 2015 si presenta al tavolo del Mise per dire che c'è proprio bisogno dell'altoforno, è pronto a mettere un miliardo nell'operazione che prevede anche una nuova cokeria e attività agroindustriali. Insoma l'Afo ci deve essere, il resto si vedrà. Perché - questo è il punto che lascia tutti interdetti - il piano industriale ancora non viene rivelato.
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In tutta questa vicenda non poteva mancare un pizzico di triller internazionale con l'arresto Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, finito in matete davanti a un magistrato belga per un'inchiesta su investimenti e corruzione in Congo: un'intricata storia di gioco d'azzardo, principi e faccendieri. Gozzi viene presto rilasciato, torna in Italia, si dimete dall'associazione dell'acciaio (dimissioni respinte, riprende il suo posto: ch è quello di oppositore in prima linea al progetto di Rebab e allo sbarco in Italia di Cervital.
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