Livorno, bimbo di 11 anni rischia di morire infilzato ai Pancaldi: indaga la Procura – Come si muove l’inchiesta
Convocati i primi testimoni: a salvarlo è stato un bagnante che è subito intervenuto per fermare l’emorragia
LIVORNO. C’è qualche responsabilità penale sull’incidente che avrebbe potuto costare la vita al bambino di 11 anni infilzato da un ferro? È la domanda che si stanno ponendo gli inquirenti. La procura, infatti, dopo la denuncia presentata dai suoi genitori ha avviato un’inchiesta per stabilire eventuali negligenze in merito alla custodia della tubazione sotto una banchina dei Bagni Pancaldi e Acquaviva dove il piccolo, alla fine di giugno 2026, è rimasto gravemente ferito mentre giocava a nascondino con gli amici. Ha rischiato, di fatto, di morire dissanguato. Erano le 21,30 quando è scivolato in mare rimanendo, appunto, infilzato fra un ginocchio e l’inguine, «con tre strati di pelle lesionati e credo un centinaio di punti applicati», le parole del padre, pochi giorni dopo il dramma, al Tirreno.
Il salvataggio
Un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze ancor più drammatiche se in quel momento un cliente dello stabilimento, Davide Cecchi, non stesse rientrando verso la sua cabina. Accortosi dell’emergenza, si è infatti immediatamente gettato in acqua: ha riportato in superficie il bambino, gli ha stretto una cintura alla coscia per fermare l’emorragia, esortando poi le altre persone a chiamare immediatamente il 112. «Lui era in acqua, spaventato e dolorante, chiamava sua madre, gridava “Non voglio morire”. Io ho cercato di rasserenarlo: “Guarda, amore, non succede niente, ti tolgo dall’acqua altrimenti rischi un’infezione”. Poi, tirandolo su – aveva raccontato il bagnante dei Pancaldi al Tirreno all’indomani del salvataggio – ho scoperto questo grosso taglio all’interno della coscia e mi sono raccomandato con chi era in zona di chiamare un’ambulanza con il medico a bordo. Il suo sangue era nero: ho chiesto una cintura per cercare di arrestare l’emorragia e me l’hanno data. Lui, nel frattempo, continuava a chiamare sua madre. Gli altri bambini sono poi andati ad avvertirla e io l’ho fatta venire per tranquillizzarlo. Poi è arrivato il babbo e insieme a lui abbiamo parlato con il bimbo per metterlo un po’ a suo agio, per non fargli perdere i sensi, parlando di sport e quant’altro. Alla fine lo abbiamo avvicinato ai soccorritori della Svs, che erano arrivati con l’ambulanza». Il bimbo, cadendo in mare, è rimasto infilzato – secondo quanto ricostruito – in un pezzo di tubo rotto, vicino a un giunto, alle spalle dello stabilimento balneare, dalla parte del viale Italia, dove sorgono le cabine e scorre il “canaletto” che divide il bagno dal lungomare.
Si muove la procura
Queste stesse parole, Cecchi, con ogni probabilità le ripeterà nella mattina di lunedì 10 agosto in procura. Insieme ad altri testimoni, infatti, è stato convocato dagli inquirenti come persona informata sui fatti, in modo da delineare con precisione quanto accaduto. Le indagini sono partite subito dopo la querela presentata dal padre del piccolo, che per farsi assistere si è rivolto a un avvocato. «L’obiettivo è che certe tragedie non ricapitino più – spiega il genitore – per questo ho deciso di rivolgermi all’autorità giudiziaria. Non posso dire molto di più, visto che non vorrei interferire con il lavoro della procura, ma devo dire che attualmente quell’area è stata messa in sicurezza, non ci si può più accedere, quindi in quel punto un incidente del genere non potranno più accadere. Ringrazio la proprietà dei Pancaldi, che già qualche giorno dopo il fatto mi ha contattato mettendosi completamente a disposizione. Mi hanno detto che sono pronti a collaborare in ogni modo». Il lavoro degli inquirenti è solo all’inizio: l’obiettivo, anche attraverso le loro parole, sarà quello di stabilire le eventuali responsabilità penali.
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