In Toscana è tennismania: «Sinner ma anche Paolini e Musetti, ora liste d'attesa per iscriversi ai corsi»
Roberto Pellegrini è il delegato regionale della Fit: «Sarebbe bello portare una sfida di coppa Davis da noi, ma serve l’aiuto delle istituzioni. Volandri? In nazionale ha costruito una famiglia»
LIVORNO Il padre di Roberto Pellegrini, oggi delegato toscano della Federtennis, negli anni Cinquanta era il custode di uno dei circoli più frequentati di Livorno. È da qui che è nato il suo amore infinito, prima da giocatore e poi da dirigente, per l’arte dei gesti bianchi. Ora, dopo decenni di speranze, talenti sbocciati solo in parte e di un movimento chiuso nel ricordo di Bertoluccci, Panatta, Barazzutti e Zugarelli, si gode il magic moment del tennis azzurro. Merito soprattutto di Sinner, ma anche di due toscani olimpici: Lorenzo Musetti e Jasmine Paolini. Pellegrini risponde al telefono dal treno «in ritardo di un’ora e mezzo» che da Torino, dove ha assistito alle Finals, lo riporta a Livorno.
Partiamo dalla vittoria di Sinner?
«Il gioco di Jannik è una cosa eccezionale. Ha raggiunto un livello di gioco e mentale difficile da comprendere perché fuori dal normale. Qualcosa di mai visto prima. Si capisce nella gestione dei punti importanti, quelli che cambiano la partita: non ne perde uno. C’è poi l’aspetto umano: prima dei trofei mette la famiglia. È un ragazzo perbene. In questo modo attira anche l’attenzione di chi non sa nulla di tennis. È un moderno Re Mida: trasforma in oro quello che tocca».
Appunto, il movimento tennis, mi passi il termine, quanto ci guadagna ad avere Sinner?
«Tantissimo. Molti più bambini si iscrivono anche in Toscana ai corsi. Addirittura in molti circoli sono stati costretti a creare liste di attesa per entrare. Una roba mai vista prima nel tennis».
E poi dietro a Sinner, c’è un movimento che cresce...
«In Toscana abbiamo Musetti e la Paolini che quest’anno hanno fatto cose meravigliose raggiungendo grandi risultati. È anche per merito di questi due ragazzi che il movimento sta crescendo».
Ma come nasce un campione?
«Nel tennis, come in altri sport, è difficile emergere. Su diecimila che partono, forse uno entrerà nei primi cento al mondo. La proporzione è quella. Uno che guarda da fuori i campioni giocare può pensare che sia facile fare certe cose, al contrario è difficilissimo sia a livello tecnico che a livello mentale».
Tre consigli da dare a un giovane tennista?
«Prima di tutto divertirsi, dare ascolto all’insegnante sempre. E, ultima cosa, prima di poter competere a livello agonistico imparare a giocare. Oggi per essere un campione devi essere un atleta, una volta il gioco era più lento, ora devi essere una molla, sennò non giochi. La preparazione è determinante».
Non a caso Marco Panichi, preparatore atletico di Sinner, dopo la finale con Fritz ha detto che Jannik può ancora migliorare ?
«Certo, si può sempre migliorare. E se lo dice Panichi, ci potete credere».
Senta, Torino ha annunciato che per altri cinque anni sarà la sede delle Atp Finals. E la Toscana?
«Dal prossimo anno la Coppa Davis torna alla vecchia formula (sfide in casa e trasferta ndr). Vediamo quando si giocherà in casa se sarà possibile portare una sfida in Toscana».
È una strada percorribile?
«Rispetto al passato è molto più complicato. Scordatevi che un circolo - come successe a Livorno - possa farcela da solo. Serve l’aiuto delle istituzioni a tutti i livelli: i costi sono altissimi» .
Se dovesse scommettere su alcuni giovani toscani?
«I nomi è meglio non farli mai. Ma fa piacere sapere che alcuni circoli toscani sono ai vertici nazionali, sia maschili che femminili».
Lo scorso anno era a Malaga quando la nazionale ha vinto la Davis. Giovedì riparte la corsa all’insalatiera. Pronostico?
«Essere presente lo scorso anno è stata una gioia immensa. Quest’anno non ci potrò essere, ma ovviamente gli azzurri vanno per ripetersi. Attenzione però: già la prima sfida con l’Argentina non sarà facile».
Sulla panchina azzurra c’è il livornese Filippo Volandri.
«Il più grande merito di Filo è quello di essere riuscito a creare una famiglia dentro la nazionale: si stimano tutti, si incitano a vicenda, non hanno gelosie, chi non gioca fa il tifo».
Un problema?
«Forse l’abbondanza: dover scegliere tra tanti campioni. Ad esempio, per le finali ha dovuto lasciare fuori Cobolli che a Bologna aveva fatto bene».
C’è un giocatore che le è rimasto nel cuore più di altri?
«Matteo Trevisan aveva delle potenzialità immense, a 18 anni era numero uno al mondo. Purtroppo lo sport è fatto di intoppi e non è sbocciato. Ma adesso è un ottimo allenatore».l
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