Pontedera, 40 anni fa la tragedia di Antibes che costò la vita a Federigo Ghera – «Commerciante silenzioso dal cuore grande»
Un anniversario che riporta alla memoria una storia familiare segnata da un viaggio appena iniziato, da un giovane commerciante stimato in città e da un dolore che ha attraversato generazioni, custodito oggi con affetto e discrezione dai suoi cari
PONTEDERA. La telefonata. Il dolore che attraversò una città. Una storia d’amore spezzata da un destino atroce. Quarant’anni sono trascorsi da quel Ferragosto del 1986 che segnò per sempre la famiglia Ghera e tutta Pontedera. Una ricorrenza che oggi più che una ferita aperta e un modo per custodire il ricordo di Federigo Ghera, morto a 32 anni durante una vacanza appena iniziata in Costa Azzurra, ad Antibes, insieme alla moglie Antonella. Un viaggio che doveva essere il primo momento di serenità dopo il matrimonio celebrato pochi mesi prima, nel settembre del 1985.
Il viaggio, la curva, l’impatto improvviso
Era il primo pomeriggio del 15 agosto. Federigo e Antonella stavano cercando un ristorante dove pranzare, quando un’auto proveniente dal senso opposto – una Rolls Royce – li colpì in pieno all’altezza di una curva. La moglie riuscì a salvarsi, mentre per Federigo non ci fu nulla da fare. La notizia raggiunse la famiglia mentre si trovava al mare in Toscana. Nel giro di pochi minuti, attorno alle 15, partirono verso la Francia: arrivarono ad Antibes alle quattro del mattino del 16 agosto, in un viaggio che nessuno avrebbe mai voluto affrontare.
Un uomo riservato, timido, dal cuore grande
Federigo era conosciuto in città per il suo lavoro: titolare del centro caravan della famiglia Ghera, figlio di Ernesto Ghera e Siria Adami. Un commerciante stimato, con un carattere che poteva sembrare burbero a un primo sguardo, ma che nascondeva una grande sensibilità. La sorella Rosanna – che lo aveva visto pochi giorni prima dell’incidente quando lui era passato al mare per festeggiare il compleanno della piccola Elisa – lo ricorda così: «Federigo parlava poco, era riservato. A volte sembrava distante, ma era solo timidezza: aveva un cuore enorme». Pontedera lo salutò in un clima di silenzio e rispetto. La città, che lui frequentava poco per via del lavoro e della sua indole discreta, si strinse attorno alla famiglia.
Quarant’anni dopo, una memoria che non si spegne
Oggi, a quattro decenni di distanza, il ricordo di Federigo non appartiene soltanto ai suoi familiari, ma a una comunità che ha imparato a riconoscere la sua storia come parte della propria memoria collettiva. Non è un anniversario di dolore, ma di presenza: quella di un uomo che ha lasciato un segno nel suo lavoro, nella sua famiglia e in chi lo ha conosciuto davvero.
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