«La mia battaglia per tutte le persone vittime dell’amianto come mio padre»
Federica Barbieri, ospite del consiglio comunale, ha raccontato il calvario anche giudiziario del genitore
CARRARA. «Mio padre Mario Barbieri ha lavorato dal 1966 al 1992 al cantiere navale Nca di Marina come gruista. Purtroppo, viste le mancate protezioni e la totale assenza di sicurezza sul lavoro, egli, insieme ad altri operai suoi colleghi, è deceduto per malattia asbesto-correlata. Oltre al danno immenso di perdere un genitore prematuramente, inizialmente abbiamo dovuto subire anche la totale negazione del riconoscimento della malattia professionale, l’asbestosi».
Questa la toccante testimonianza di Federica Barbieri, figlia di Mario, operaio deceduto per esposizione professionale alle polveri d’amianto.
La giovane, su invito del presidente Michele Palma, è intervenuta durante la seduta del consiglio comunale dedicata alla Giornata mondiale della Terra, di fronte ad una platea di studenti, riportando l’attenzione su una delle più tragiche eredità lasciate dall’industrializzazione sul nostro territorio: le numerose morti di lavoratori provocate dall’esposizione all’amianto, le cui famiglie, tra mille difficoltà, hanno iniziato ad ottenere un pò di giustizia solo in tempi recenti.
«Costretti a ricorrere in giudizio a Genova -ha ricordato Federica- ci hanno riconosciuto il nesso tra mansione ed esposizione lavorativa, con un 80% di invalidità».
A Mario Barbieri vengono così pagati i ratei delle pensioni maturate al momento della domanda, ma l’Inail presenta ricorso.
«L’ente -ha raccontato la Barbieri- si è appellato quando mio padre è deceduto, nel novembre 2006, trascinando me e la mia famiglia in una battaglia legale».
In secondo grado il giudice ha affermato che c’era una “mera possibilità” che Mario si fosse ammalato sul posto di lavoro. L’Inail, di conseguenza, ha richiesto alla famiglia Barbieri la restituzione di tutta la somma versata, più interessi e spese legali, per un totale di circa 200mila euro.
La battaglia per la giustizia intrapresa da Federica e dalla sua famiglia si è conclusa solo nel 2019, con un riconoscimento parziale. «La sentenza -ha spiegato la giovane- recita che mio padre ha sì respirato amianto in quella ditta, ma poco, riducendo l’invalidità dall’80% in vita al 38% dopo il decesso e costringendoci a restituire la differenza, circa 60mila euro».
Oggi, dunque, Federica è ufficialmente figlia di una vittima dell’amianto, ma solo in parte.
«Da qui -spiega- nasce la rabbia e la voglia di difendere tutti gli esposti e gli ammalati d’amianto, ma soprattutto di lasciare un segno, affinché i figli degli operai ed essi stessi non vengano classificati come persone che non valgono».
Di fronte agli studenti presenti in consiglio comunale, dunque, Federica ha voluto esprimere un messaggio di coraggio, esortandoli a studiare per imparare a difendersi, ma soprattutto ad amare i genitori, come lei amava il padre.
«L’importanza della bonifica -afferma- è chiara, perché la polvere d’amianto entra nei polmoni e non lascia scampo».
Ad oggi, infatti, non esiste cura per le malattie asbesto-correlate, che spesso sono patologie terminali, estremamente dolorose e rendono necessarie per le vittime ossigeno, morfina, ventilazione, meccanica e fame d’aria. «Ecco il perché del mio intervento, -conclude la Barbieri- affinchè non si dimentichi che la vita umana conta più di ogni cosa e non può essere svilita a vantaggio del dio soldo. La salvaguardia del nostro pianeta e dei suoi abitanti, infatti, deve valere ancora qualcosa».
Federica Barbieri, ed altri nostri concittadini familiari di vittime dell’amianto, avevano raccontato la loro tragica esperienza anche alle Iene.
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