Processo sul racket dei buttafuori di Livorno: convocate le vittime dei pestaggi
Alcune delle persone picchiate parleranno in aula nel corso della prossima udienza. Fra gli imputati un’ex poliziotta e candidata a Viareggio definita «impresentabile» dalla Commissione parlamentare antimafia. Ecco le accuse
LIVORNO. È entrato nel vivo nei giorni scorsi, con la prima udienza dibattimentale, il processo sul presunto “racket dei buttafuori”, l’inchiesta avviata dai carabinieri del nucleo operativo labronico, comandato dal tenente colonnello Guido Cioli, che ipotizzava l’esistenza di un’associazione per delinquere capace di controllare, con intimidazioni e violenze, il settore della sicurezza nei locali notturni fra Livorno, Pisa e parte della costa toscana.
Il processo
Davanti al collegio del tribunale sono state messe in calendario le audizioni dei testimoni indicati dalla pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Sabrina Carmazzi. Una parte di loro verrà ascoltata già alla prossima, il 17 giugno, mentre altri saranno sentiti successivamente, perché manca la trascrizione completa delle intercettazioni finite agli atti dell’indagine. Il 17 giugno saranno sentite alcune delle persone offese relative ad aggressioni e rapine contestate nel fascicolo, oltre ai militari dell’Arma e agli agenti di polizia che svolsero gli accertamenti. In particolare, il dibattimento entrerà nel dettaglio di alcuni pestaggi avvenuti fra il 2018 e il 2019 all’interno o fuori dai locali della movida livornese, che per l’accusa sarebbero legati alla strategia del gruppo di imporsi nel mercato della security privata.
Gli imputati
A processo ci sono Giacomo Sarti – 37 anni, livornese e ritenuto dagli inquirenti uno dei promotori dell’associazione –, il trentaquattrenne Admir Murataj, albanese residente nel Pisano, indicato come altro capo e organizzatore; Anxhelo Dyrmishi, 43 anni e soprannominato “Mimmo”, suo connazionale e residente da tempo a Livorno, considerato dagli investigatori il componente più violento del gruppo; Michel Pagnini, 39 anni, livornese; il trentaquattrenne Maurizio Junior Catania, anch’egli labronico; Maurizio Lissi, 64 anni, di Castiglione del Lago (in Umbria), ritenuto il referente formale della società Arcanum Sicurezza Globale; la sessantaduenne Maria Giulia Rao, sostituta commissaria in pensione della polizia di Stato di Lucca, originaria di Vecchiano e residente nel Lucchese, candidatasi alle comunali di Viareggio in sostegno di Marialina Marcucci e uscita dalle urne con 25 preferenze; infine Gaetano Lombardi, 48 anni, nato a Napoli, residente a Pisa e – almeno all’epoca dei fatti – compagno di Rao.
Le accuse
Secondo l’impianto accusatorio, Sarti e Murataj avrebbero promosso e diretto il gruppo, mentre gli altri imputati ne avrebbero fatto parte con ruoli differenti. L’associazione per delinquere, stando alla procura, avrebbe operato dietro il “paravento” della Arcanum Sicurezza Globale con l’obiettivo di conquistare l’esclusiva dei servizi di sicurezza nei locali notturni della costa, usando minacce, aggressioni e intimidazioni nei confronti dei concorrenti. Fra i reati contestati figurano associazione per delinquere, estorsione, concorrenza illecita aggravata da violenza e minaccia, lesioni, rapina, corruzione e porto abusivo di armi. Uno dei capitoli centrali dell’inchiesta riguarda le presunte pressioni esercitate nei confronti della società concorrente riconducibile all’imprenditore Marco Giordano, che all’epoca gestiva la security in diversi locali del territorio (sarà ascoltato come teste nel corso delle udienze ndr). Secondo la procura, alcuni addetti sarebbero stati minacciati per convincerli a lasciare il gruppo rivale, mentre i titolari di alcuni locali sarebbero stati costretti ad affidare il servizio all’Arcanum. Negli atti compare anche un messaggio vocale attribuito a Sarti, nel quale si parlava apertamente della spartizione e della necessità di «mangiare tutti». Contestati anche singoli episodi di violenza. Fra questi il pestaggio al bar Fortezza, dove uno degli addetti alla sicurezza rivali sarebbe stato colpito con uno sfollagente dopo aver sentito la frase: «Io comando Livorno e faccio quello che voglio». Dyrmishi è inoltre imputato per una presunta serie di aggressioni avvenute fra il 2018 e il 2019, comprese quelle ai danni di due uomini all’Appendaun, la discoteca alla periferia nord della città, e un violento pestaggio che provocò a una vittima fratture craniche e lesioni superiori ai 40 giorni di prognosi. Nel procedimento rientra anche un filone per rapina ed estorsione relativo a un presunto regolamento di conti nato dal danneggiamento di un’auto. In quel contesto, secondo l’accusa, sarebbero stati rubati quasi quattro etti di hashish a un giovane livornese, poi costretto insieme a un amico a pagare cinquemila euro come «risarcimento».
Il ruolo di Rao
Un ruolo importante è quello attribuito dalla procura a Rao, all’epoca ispettore della Squadra mobile di Lucca. La donna – candidatasi come consigliera a Viareggio con la “Lista Santini” a sostegno di Marialina Marcucci, rimasta fuori dal ballottaggio – è imputata per associazione per delinquere e corruzione (per quest’ultimo capo di imputazione insieme al compagno, estraneo al reato associativo). Secondo l’accusa avrebbe «asservito» la propria funzione pubblica agli interessi dell’Arcanum, fornendo informazioni riservate, favorendo la società nei rapporti con le forze dell’ordine e omettendo di contestare presunte irregolarità nella gestione degli operatori della sicurezza. Fra gli episodi contestati la partecipazione a una riunione del gruppo per suggerire come comportarsi durante i servizi nei locali, l’interessamento per pratiche amministrative e permessi di soggiorno di alcuni addetti, l’omessa denuncia di operatori senza autorizzazione e consigli forniti telefonicamente durante un controllo delle forze dell’ordine in un locale. Il nome dell’ex funzionaria è tornato recentemente di attualità sul piano politico. Rao, infatti, si è candidata al consiglio comunale di Viareggio e la Commissione parlamentare antimafia l’ha inserita nell’elenco dei cosiddetti «impresentabili» (non vincolante ai fini della presentazione e dell’elezione ndr) proprio in relazione al procedimento penale in corso.
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