Livorno, «La famiglia Lucarelli è gentaglia»: il 29 aprile la sentenza sulla dirigente di Fratelli d'Italia Paola Nucci
L'esponente del partito accusata di diffamazione aggravata verso l'ex bomber Cristiano. Il giudice dispose per lei l'imputazione coatta dopo la richiesta di archiviazione della procura
LIVORNO. È prevista per mercoledì la sentenza del processo per diffamazione aggravata che vede imputata Paola Nucci, commerciante ed esponente livornese di Fratelli d’Italia, accusata di aver offeso pubblicamente l’ex attaccante amaranto Cristiano Lucarelli con un post sui social, poi cancellato, nei giorni in cui era stato arrestato il figlio Mattia: «Quando dichiarai pubblicamente che la famiglia Lucarelli era gentaglia ai tempi del famoso libro... il fallimento delle aziende... danneggiandone i dipendenti... lo scandalo della casa popolare... cosa vi aspettate?? Con questo si chiude il cerchio... l’importante è avere tatuato il Che», questo il messaggio contestato.
Un procedimento che arriva a conclusione in un contesto profondamente cambiato rispetto all’inizio della vicenda, alla luce dell’assoluzione in appello di Lucarelli junior per violenza sessuale di gruppo. Al centro del dibattimento il messaggio in questione, pubblicato nel gennaio 2023, nel quale – secondo l’accusa – Nucci avrebbe utilizzato espressioni gravemente offensive nei confronti dell’intera famiglia Lucarelli. Parole finite al vaglio della magistratura dopo la querela presentata dall’ex calciatore nell’aprile dello stesso anno, nell’ambito di una più ampia serie di denunce legate ai commenti apparsi sui social durante i mesi dell’inchiesta milanese. Il procedimento ha avuto un iter non lineare.
In un primo momento la procura aveva chiesto l’archiviazione, parlando di un contesto di «desensibilizzazione» e di generale imbarbarimento del linguaggio sui social. Una tesi però respinta dal giudice per le indagini preliminari, che aveva disposto l’imputazione coatta ritenendo invece rilevante la portata offensiva delle frasi, giudicate prive di interesse pubblico e dirette non solo a Lucarelli ma all’intero nucleo familiare. Davanti al giudice Gianfranco Petralia, nel corso del processo, è stato ascoltato lo stesso Lucarelli, assistito dall’avvocato Massimo Tuticci, in qualità di parte offesa. «Ho visto il post e ho presentato la denuncia», aveva spiegato in aula, ribadendo le ragioni della querela.
La sentenza arriva ora in un momento delicato, segnato il 23 aprile dalla decisione della corte d’appello di Milano che ha assolto Mattia Lucarelli e gli altri quattro imputati Federico Apolloni, Giacomo Bernardeschi, Gabriele Meini e Matteo Baldi «perché il fatto non sussiste», ribaltando le condanne di primo grado. Resta tuttavia distinto il piano giudiziario del processo livornese, chiamato a valutare esclusivamente il contenuto e la portata del messaggio contestato a Nucci, indipendentemente dall’esito dell’altro procedimento. Il giudice dovrà stabilire se quelle parole abbiano superato il limite del diritto di critica, sconfinando nella diffamazione aggravata (via Internet appunto). Mercoledì, dunque, è atteso il verdetto.
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