Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Omicidio a Livorno, il commercialista sotto choc: «Pensavo che mi uccidesse» – Cosa ha visto e perché Lassi e Amirante erano nel suo studio

di Stefano Taglione

	La polizia all’interno del palazzo di via Grande dove ha sede lo studio di Massimo Galli (foto Stick)
La polizia all’interno del palazzo di via Grande dove ha sede lo studio di Massimo Galli (foto Stick)

Gli attimi drammatici vissuti da Massimo Galli, proprietario dell’ufficio: «Ho visto l’assassino con il coltello in mano e il terrore mi ha paralizzato»

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LIVORNO. «Ho sentito dei rumori fortissimi e come responsabile dello studio mi sono sentito in dovere, anche solo per tenerne alto il decoro, di andare a vedere che cosa stesse succedendo. A un certo punto, dalla porta, ho visto uscire quell’uomo: impugnava un coltello. Sono rimasto impietrito, ho avuto paura e temevo che potesse uccidermi». Massimo Galli, 82 anni, oltre a essere fra i commercialisti più importanti della città è anche l’uomo che per primo ha dato l’allarme dopo l’omicidio di Francesco Lassi, l’agente di commercio cinquantacinquenne di Pistoia collaboratore di un negozio orafo di Livorno che stava prendendo parte a una trattativa all’interno dei locali di via Grande. La controparte era Luigi Amirante, 47 anni, l’ex «broker della cocaina» e collaboratore di giustizia campano che lo ha finito con due coltellate al torace al culmine di una lite. Un diverbio, quello nella stanza dello studio all’interno della quale si trovavano solo loro due, di cui Galli si è reso dal suo ufficio conto udendo le grida.

Dottor Galli, che cosa ha visto?

«Prima ho sentito questi forti rumori, poi arrivando sul luogo del fatto ho visto questa persona (secondo l’accusa Amirante, ndr) uscire con il coltello in mano. Ho pensato che potesse aggredirmi. Sa, in questi casi non si sa mai, tutto dura una frazione di secondo e non sai neanche come puoi reagire. Io, in ogni caso, mi sono bloccato del tutto: sono rimasto impietrito».

Poi è scappato.

«Sì, quando è scappato ed ero sicuro che non fosse più dentro sono entrato nella stanza e ho visto il cadavere. Lassi, che io neanche conoscevo, era già morto. Nessuno poteva fare più niente per salvarlo».

Poi ha dato l’allarme.

«Ho urlato a una collaboratrice dello studio di chiamare il 112, poi sono arrivati i soccorritori e la polizia».

Lei ha detto che non conosceva Lassi. Ma come mai allora lui si trovava nel suo studio?

«La ditta per cui lavorava come agente di commercio, quindi in qualità di collaboratore autonomo, ha la sede legale nel mio studio. Tante aziende decidono di fare così. È il motivo per cui la vittima era qua da me: per le trattative, a volte, chiedono ospitalità perché magari al bancone del negozio non è opportuno predisporre incontri per acquisti importanti».

Quindi questa ditta ha un negozio a Livorno?

«Sì, è un negozio, ma per privacy non posso dirle quale. In ogni caso ha sede qui ed è capitato altre volte che i responsabili decidessero di utilizzare le nostre stanze per incontri o trattative. Non è certo una novità, poteva capitare che la utilizzassero anche solo per dieci minuti». Non era quindi una cosa insolita. «Certo che no».

La vittima quindi operava per conto di questa ditta?

«Sì, stava evidentemente conducendo una trattativa per conto dell’azienda, che è attiva nel commercio dei gioielli. Io so che lui lavorava per loro come agente di commercio, penso a livello toscano e non soltanto labronico».

Lei non sa il motivo dell’incontro fra Lassi e Amirante?

«No, io mi occupo solo di contabilità. Non conoscevo né Lassi né Amirante. Quello di cui parlavano era fuori da ogni mio controllo: noi abbiamo solo messo a disposizione la stanza all’azienda, che ripeto ha la sede legale qui, come del resto molte altre».

Come ha vissuto questa terribile vicenda?

«Male, in 40 anni di attività mai visto niente del genere. Sono sotto choc, mai dimenticherò quei momenti. Ovviamente ieri notte (la notte fra giovedì scorso e ieri ndr) non ho chiuso occhio, impossibile dormire dopo un fatto del genere».

Oggi (ieri per chi legge ndr) è tornato al lavoro?

«Sì, ci sono riuscito e sono contento per come sto reagendo. Non è facile e non me l’aspettavo, eppure mi sento lucido. Ho 82 anni e lavoro ancora proprio perché non sono in grado di star senza far niente. La mattina, a casa, non ci voglio stare. Alcune persone, più sensibili di me, hanno deciso giustamente di prendersi un attimo di pausa e torneranno lunedì».

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