Il Tirreno

Livorno

La città in lutto

Matteo Dinelli, l’avvocato morto a 59 anni. In un’intervista (mai uscita prima) ci raccontò il tumore: la diagnosi, la battaglia e gli insegnamenti

di Federico Lazzotti
Matteo Dinelli
Matteo Dinelli

In tantissimi alla chiesa di San Jacopo per l’ultimo saluto. In un’intervista avvenuta nel 2024 ha raccontato la battaglia con la malattia

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LIVORNO. «Nella malattia sei solo. È quello che ti fotte. Io il tumore me lo sono immaginato, l’ho visualizzato mentre per ore stavo seduto sulla sedia di vimini nel giardino di casa. Ci ho anche parlato. L’ho visto come un esserino, un cubo animato, una specie di polpettone. Gli dicevo: “Io non ce l’ho con te, ma ora ti devi levare dal cazzo”. Eppure riflettere sulle cose mi ha fatto bene, mi ha aiutato. Ho capito meglio gli altri e me stesso. Ti faccio un esempio: in questo periodo ho cercato di eliminare tutte le energie negative. Nella vita ho sempre avuto buoni rapporti con tutti. Come indole non sono un rancoroso, ma c’erano cinque persone che non salutavo più da tempo. Ho fatto pace anche con loro, li ho riabilitati. Perché ho capito che o fai del bene a te stesso, o fai del bene agli altri. Invece oggi si cerca di fare del bene a sé stessi facendo male agli altri. Lo vedo anche nel lavoro. Per questo credo che lo sport di squadra sia una medicina: ti insegna un sacco di cose».

Due aprile 2024. Tarda mattina. Matteo Dinelli, scomparso sabato a 59 anni, è seduto dietro alla scrivania del suo ufficio legale in corso Amedeo 37. Fuori il via vai di auto, motorini e autobus. Dentro il silenzio. Matteo è tornato al suo lavoro di avvocato da poche settimane dopo la diagnosi del tumore all’esofago al terzo stadio, l’operazione, la chemio, la sofferenza psicologica, i dolori lancinanti, le lacrime, la voglia di rinascere. «Sono stato più di un anno senza venire in studio», dice mentre il fratello Andrea – oggi abbracciato a trilioni di ricordi – bussa e saluta prima di tornare nell’ufficio accanto.

La stanza è illuminata soltanto da una lampada, intorno, nella penombra, ci sono i faldoni numerati con un pennarello scuro, all’interno pratiche e documenti. Il viso di Matteo è segnato da tracce di paura alleviate dal solito sorriso contagioso, coraggioso, soleggiato: «Non ho ancora ripreso il mio peso forma e mi stanco subito, ma direi che sto parecchio meglio rispetto a prima. Dopo l’operazione non puoi capire, la prima volta che sono uscito di casa per andare a prendere un cappuccino in via Roma ho fatto una fatica enorme, sembravo un fantasma. Qualcuno nemmeno mi riconosceva, altri mi vedevano e piangevano, altri ancora facevano finta di nulla e andavano dritti. Una mia amica, tempo dopo, me l’ha confessato: “Non sono riuscita a salutarti”. Ma li capisco, non è facile stare vicino a chi è malato».

Il capello sale e pepe è naturalmente disordinato, gli occhi sono quelli di sempre. Ci trovi lo stesso amore, forse anche più consapevole di prima, e tutte le declinazioni della grande bellezza della vita. Dentro ci sono i profili delle figlie, Stella e Lola «le cose più belle del mondo» e il mare di Cala Rossa, a Capraia. Ci sono i motori che salgono di giri e la musica buona, le rivelazioni di ogni espressione dell’arte, una palla da football che taglia l’aria e vola verso il ricevitore e una da basket che si insacca nella retina. Ci sono i ricordi del liceo Enriques e le partite di calcio con la squadra degli avvocati, la Baracchina Bianca, il sole di Malindi che batte su una spiaggia infinita, i riccioli di sua sorella Veronica, un film da rivedere e un libro da consigliare, le passioni di un’estate, i primi amori e l’ultimo e un branco di amici sparsi in universi diversi - in doppiopetto o con la kefiah - che lo considerano speciale. Una figura – si dice a Livorno-: intelligente, ironico, al pezzo, simpatico, attento al prossimo, positivo, bello, elegante, altruista. Un essere speciale che non si rifugia in quello che fa, ma fa quello che ama. Una di quelle persone che non vedi per anni, lo incontri in mezzo alla strada e ci resti a parlare senza accorgerti del tempo, passato, presente, dilatato. Discorri dell’ultima casa strana che lo ho colpito e vuole acquistare, magari disposta su tre piani da venti metri quadrati ciascuno. Di come sopravvivere ai casini quotidiani, alle incazzature, alla vita di coppia, al ruolo di genitore. Poi parli di un concerto, un viaggio, un ristorante, un’inchiesta, una gita in barca, un giocatore speciale, un ricordo comune. Lo saluti e pensi che bisognerebbe essere tutti un po’ più Matteo. Che se ci fossero più esseri umani così il mondo andrebbe parecchio meglio. Te ne accorgi anche quando parla della malattia, scoperta due anni prima di questo incontro, quasi per caso, e mostra le foto di una metamorfosi fisica che lo aveva ridotto ai minimi termini: «Qui – dice mostrando un’immagine sul cellulare dove a stento si riesce a riconoscere - praticamente ero morto, pesavo 68 chili, avevo tredici cateteri attaccati dappertutto. È il giorno in cui sono uscito dall’ospedale di Milano dopo l’operazione del 28 giugno. Sugli scalini della clinica mi sono messo a piangere». Per capire cosa è stato prima è necessario fare un salto indietro. «Ad agosto 2021 – racconta – ho preso il Covid e sono rimasto un mese a casa. A Capodanno, però, succede un episodio non bello: comincio ad avere difficoltà a deglutire. All’inizio ho pensato al reflusso, a un’ernia iatale. Mi dà fastidio, ma temporeggio, nel frattempo prendo delle pasticche, ma il dolore non se ne va. A febbraio ne parlo con una mia amica farmacista, le racconto i sintomi e mi consiglia di fare una gastroscopia. In quei giorni avevo prenotato un viaggio all’estero: prendo l’aereo e quando sono in volo non riesco a deglutire neanche un goccio d’acqua. Mi spavento. Quando torno, siamo a marzo, faccio l’esame e mentre il tecnico esegue la gastroscopia dice una frase in cui capisco che le cose non vanno bene: “Mi avvantaggerei con la Tac”».

Una settimana più tardi la risposta dell’esame istologico è tremenda: adenocarcinoma all’esofago al terzo stadio. È il 4 aprile 2022. «Quando me l’hanno detto mi sono ritrovato a camminare da solo in ospedale e chiedermi: “Perché?”. Ho cominciato a leggere libri, a documentarmi. Ho pensato a che cosa avevo fatto di male, al perché fosse successo proprio a me. Un volta ho visto uno che conosco e fa la roba da 40 anni e ho pensato: “Dov’è la giustizia?”. Ma poi ho anche pensato al ruolo della prevenzione. Se la mia amica farmacista non mi avesse messo in guardia non sarei qui. Ecco perché a tutti voglio dire di controllarsi al primo sintomo».

L’eredità di Matteo, nel giorno più triste, è anche nel modo in cui ha affrontato la malattia. «Prima dell’operazione - raccontava due anni fa - andavo a Milano per i cicli di chemio, una cosa tremenda, sembrava di essere attaccati a un trattore. Quando finiva eri da buttare via. Una volta Francesco (Ferrucci, l’oncologo livornese che dirige l’istituto europeo a Milano e che lo ha seguito ndr) entra in camera e io lo ringrazio e gli dico che sono pronto a tutto. Ma non lo dicevo perché sono coraggioso, ma perché davanti a certe cose sei disperato e ti attacchi a tutto. Perché più di ogni altra cosa, quando stai male, ti mancano la normalità e l’autonomia. Noi le diamo per scontate, invece, sono una ricchezza inestimabile».

Come gli amici, gli affetti, le istantanee che il suo amico Nicola scorre sul cellulare e che oggi sono la scialuppa a cui aggrapparsi: «Li vorrei ringraziare uno a uno perché mi hanno aiutato, mi sono stati vicino al pari della mia famiglia, cercando il più possibile di non farmi sentire solo. Le prime volte che uscivo di casa per andare alle partite dei master del basket mi venivano a prendere e mi riportavano in palestra. Hanno fatto un gruppo misto Etruschi e Piellini. Per sentirmi vivo mi bastava ascoltare il pallone che rimbalzava sul parquet». Noi cercheremo di farci bastare il tuo ricordo. E queste ultime parole mentre il feretro esce dalla chiesa di San Jacopo abbracciato da tutti i tuoi mondi. C’è chi piange, chi batte le mani. Fa un freddo cane Matteo. Ci vorrebbe un sorriso dei tuoi. 

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