A Livorno un esercito di camerieri e baristi (stagionali) in una città che invecchia: il lavoro al centro delle agende politiche
Lo spaccato che emerge dal rapporto Irpet e dallo studio Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) è allarmante e impietoso
LIVORNO. Ormai non possiamo più nasconderci o rinviare il problema sperando in una congiuntura astrale favorevole. Il tema del lavoro, dello sviluppo e dell’occupazione dovrà essere al centro delle agende politiche di chi si appresta a governare questa città. Lo spaccato che emerge dal rapporto Irpet e dallo studio Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) è allarmante e impietoso: nel 2060 la popolazione livornese si sarà ridotta a 120mila abitanti, un’emorragia di 30mila unità rispetto a oggi. Saremo più vecchi, con una forza lavoro sempre più ridotta e con prospettive di un mercato che - in assenza di una politica industriale vera - sarà sempre più precario e parcellizzato. Già oggi - come emerge dai rapporti appena citati - scontiamo il prezzo di una economia che tiene ai margini giovani e donne. Tra i giovani, gli occupati a Livorno sono sotto la media regionale (20%) : il 17, 3% di chi ha tra 15 e 24 anni non studia e non lavora (i cosiddetti Neet) , gli under 35 occupati lavorano perlopiù nel settore del commercio e dei servizi con salari di due terzi degli over 35. Solo il 27% ha contratti full time. Insomma, quello che deve rappresentare la forza- produttiva del nostro futuro è ridotta, eccezioni a parte, a un esercito di camerieri, baristi e magazzinieri. Anche il dato dell’attivazione di contratti non deve trarre in inganno: tra il secondo trimestre 2022 e il primo 2023 Livorno è terza in Toscana per numero di attivazione (61. 515) , di noi fanno meglio solo Firenze e Lucca. Ma parliamo di contratti essenzialmente stagionali mentre quelli a tempo indeterminato (il 15%) ci fanno ripiombare nei bassifondi della classifica. Attenzione, qui non si tratta di fare disfattismo o di rendere più fosco il quadro di una fotografia già di per se preoccupante. Non è da oggi che Livorno fa parte di un’area di crisi complessa, territorio soggetto a recessione economica e consistente perdita occupazionale. Ma occorre riflettere per trovare soluzioni e correggere una deriva molto pericolosa. È vero che alcuni indicatori economici e di lavoro sono migliori del 2019, anno pre covid. Ma non basta. È vero che la pandemia ha lasciato pesanti strascichi. È vero che lo scenario geopolitico sta frenando la crescita e che questa crisi, a Livorno non è nuova, ma viene da lontano e si trascina dietro gli effetti del crollo del manifatturiero a inizio anni duemila. Qualcosa si sta facendo: il rilancio e la promozione dei bandi europei, regionali e comunali, le risorse per chi le imprese che fanno innovazione. Ma servono risposte più incisive, urgenti. Occorre partire dal basso, investire in formazione (a Livorno - secondo gli studi di settore - non si trovano operai specializzati) . E anche il mondo della scuola deve fare la sua parte cercando una migliore e più efficace connessione col mondo del lavoro. Così come il mondo delle aziende. La pianificazione deve ridiventare la parola chiave di chi amministra: il recupero delle aree industriali dismesse, inserito nel piano operativo, è un passaggio importante. Ma occorre fare molta attenzione a come "riempire" il contenitori con chi fa veramente impresa, produzione e assicura occupazione. Ricordando come la questione ambientale non può rappresentare una variabile indipendente ma una priorità in aree che hanno bisogno di bonifiche e operazioni di risanamento. L’economia del mare è una delle prospettive. Ma servono progettualità, sinergia e investimenti. E uno sguardo sul futuro per non doversi accontentare di questo piccolo esercito di camerieri e baristi con un futuro ristretto a due-tre mesi all’anno.
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