Livorno, il grido d'aiuto dei nove portuali precari da una vita: «Contratti a ore e stipendi da fame»
La denuncia arriva dal sindacato Nidil-Cgil. Bellandi: «Almeno prima, facevano 20 turni». Uno di loro, da 16 anni aspetta l’assunzione. Vivono col cellulare in mano agognando di correre in banchina
LIVORNO. Un programma di manifestazioni a carattere nazionale proprio in coincidenza dell’entrata nel mese di maggio, ma anche un denuncia che, senza aspettare il giorno dedicato alla festa dei lavoratori, parte dalla Nidil (acronimo di Nuove Identità di Lavoro, struttura sindacale per rappresentare e tutelare i lavoratori atipici ndr) Cgil. Si tratta in sostanza di nove lavoratori portuali con un contratto di somministrazione stipulato con un’agenzia per il lavoro che prestano attività presso azienda utilizzatrice. In Italia sono circa 600. 000 i lavoratori riuniti sotto questa voce. Anni di precariato, niente stabilizzazione, il telefono che squilla un’ora o due ore prima di iniziare il turno e il rilevare che il trattamento con garanzia di 20 turni mensili è svanito. Non sapendo, di fatto, quando e quanto si lavora nell’arco dei trenta giorni. Percependo un salario da fame, nonostante l’alta professionalità acquisita e che per un lavoro in porto è necessaria per non correre rischi di gravi infortuni. Nella giornata mondiale della sicurezza del lavoro, si è parlato, nella sede della Cgil, di sicurezza di un lavoro. Che non viene dato. A testimoniarlo, tre lavoratori qualificati ma in attesa snervante quotidiana: Umberto Martinelli, Francesco Cantini, Andrea Petrucci, assistiti dal segretario Nidil- Cgil Filippo Bellandi.
«Purtroppo questi lavoratori che si trovano nelle liste di Intempo, torneranno a giornata, quindi nella più completa precarietà – dice il sindacalista – con contratti che nascono e muoiono nelle 24 ore. Abbiamo fatto varie contrattazioni sindacali, anche uno sciopero insieme alla Filt per migliorare le condizioni in porto qui a Livorno. Nove persone si trovano in condizioni inaccettabili dopo aver trascorso un minimo di otto anni come precari, nonostante qualifiche e patenti a josa che hanno in tasca. Un valore prezioso di cui non si tiene conto. È inaccettabile per la comunità portuale e rilevo che non c’è nessuna responsabilità sociale dell’impresa in questo caso».
Cosa si chiede
Bellandi, riprende il filo e prosegue. «Chiediamo innanzi tutto, che ci sia più vigilanza. Perché ci risulta che si continuano a fare assunzioni aggiungendo precari ai precari, con personale a termine e non definendo posizioni già esistenti. Ma vorremmo anche una presa di responsabilità da parte di tutte le ditte portuali che partecipano in Agenzia Lavoro Portuale per capire come mai c’è una carenza di turni verso l’articolo 17. I traffici non sono calati e quindi i turni si fanno con raddoppi delle stesse persone che sono anche pericolosi per la sicurezza sul lavoro. Serve una soluzione».
Ci si attendeva che i lavoratori di Intempo, che lavorano per Alp, da una parte transitassero verso una stabilità dentro le ditte o dentro Alp, dall’altra, finché erano dipendenti Intempo fossero in una condizione dignitosa. «Un contratto da sei mesi, un anno. Con garanzia di reddito, assicurare almeno 20 turni da otto ore come fino a 3 mesi fa, per uno stipendio che alla fine è di mille euro. Comunque, una certezza di percepire un reddito. E invece, prima si è scesi a 8 turni, fino ad arrivare a questa situazione. Quindi, interinali a chiamata. Un passo indietro enorme, come i gamberi. Anche per il sistema portuale. Qui, i lavoratori vengono sfruttati. Hanno tutte le patenti, hanno fatto tutti i corsi di sicurezza. Poi, quando c’è bisogno, si chiamano. Nessuno li assume. E la domanda è: perché questi non lavorano, mentre in certe ditte si fanno straordinari, e addirittura assunzioni?».
Bellandi è un fiume in piena. «La mobilitazione dell’anno scorso, portata avanti da Filt, dai portuali delle ditte, un bello sciopero di 10 giorni, non ha trovato soluzioni, nonostante l’Autorità si sia impegnata a governare certi processi. Ma i cambiamenti reali, non arrivano. Come Cgil, è un dovere denunciare tutto questo».
Scuotono la testa, avviliti i tre uomini seduti accanto a Bellandi. Si tratta di lavoratori storici, uomini che hanno famiglia. Uno di loro, son 16 anni che aspetta di migliorare lo status. Mutui o affitto, bollette, spesa, libri e vestiti ai bimbi. Vivono col cellulare in mano agognando di correre in banchina o su una nave. «Ma è vita questa? »l
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