cronaca

La memoria vacilla? I segnali di cui preoccuparsi e i consigli dell'esperto. Il primo: giocare a Briscola

Dimenticare dove si è parcheggiato l’auto o cosa si è mangiato a cena possono essere campanelli di allarme da non sottovalutare. Ansia, insonnia, semplicemente la tiroide che funziona poco o l’Alzheimer precoce: ecco come scoprire se stiamo invecchiando o se rischiamo di avere qualcosa di grave. Alla scoperta di test e autotest insieme con il neurologo Ubaldo Bonuccelli


03 giugno 2022 Ilenia Reali


“La memoria va allenata, proprio come i muscoli”. E per farlo una delle cose più utili è giocare a carte, peggio il Burraco, meglio la Briscola. Ce lo racconta il professor Ubaldo Bonuccelli, già ordinario di neurologia all’Università di Pisa, esperto di malattie neurogenerative. Ha all’attivo 50 anni di attività tra l’Italia e gli Stati Uniti. Autore, con Fabrizio Diolaiuti, del libro “Intervista del cervello” (ed. Sperling & Kupfer), nel 2012 ha contribuito alla stesura di linee guida europee sul Parkinson. Bonuccelli ci guida nella ricerca del confine tra una memoria “poco allenata o invecchiata” e l’anticamera di una malattia.

Professore, perché a un certo punto abbiamo delle “dimenticanze”?

Ci sono dimenticanze dovute a cause psicologiche, come la mancanza di attenzione. L’attenzione è la prima cosa necessaria per fissare un ricordo. Se andiamo in autostrada da Firenze a Roma e c’è qualcuno con cui parliamo seduto accanto ci si ritrova a Roma e si dice: “Come? Siamo già qui?”. È normale, eravamo distratti e non si sono fissate nella mente le uscite, il percorso. Per ricordare è, infatti, necessario che l’attenzione sia integra. Può essere integra ma non funzionare perché si è concentrati su un’altra cosa, semplicemente sui propri pensieri. Tipico è ruminare su qualcosa che non ci torna. Accade a persone molto ansiose. In molti vengono dal neurologo, si lamentano della mancanza di memoria mentre in realtà si tratta di un disturbo di ansia. Un’altra causa, non grave e rimediabile, è il dormire male e poco: per ansia, per depressione o perché si soffre di apnee notturne... Il sonno ha anche la funzione di fissare i ricordi per cui se non è ristoratore, non si ricordano tante cose che avvengono durante la veglia. Poi c’è un fenomeno di deficit della memoria a breve termine che è legato all’invecchiamento. La memoria di una persona di 20 anni è diversa da quella di una persona di 80. Come tutti gli organi anche il cervello funziona meno, si perde la capacità di “immagazzinare” i ricordi. E questo rientra nella normalità. Frequente quando si fa riferimento ai nomi propri. C’è il cosiddetto fenomeno della punta della lingua: ricordi la faccia dell’attore di un film ma non ricordi il nome. Accade perché i nomi propri hanno un’archiviazione diversa dai nomi comuni. Funziona come una libreria: cominci mettendo i libri, poi li metti in doppia fila, infine in terza fila perché ne hai tanti. Quando devi andare a ricercarli è difficile. È una situazione che non deve preoccupare.

Cos’è quindi che deve preoccupare?

Quando non si ricorda dove abbiamo messo la macchina. Non perché vai di fretta e poi non ti ricordi dove l’hai lasciata. Ma se cerchi di fissare dove l’hai parcheggiata, memorizzi la via e poi arrivi a riprenderla e non ricordi la strada, può essere un problema. Specialmente se accade spesso. Ci si deve preoccupare se, per più di una volta, non si ricorda cosa ha detto il marito. Oppure se si dimentica spesso dove si sono messi gli occhiali, le chiavi, se si lascia la porta aperta, il gas acceso: questi sono indici che devono destare attenzione.

Professore, continuo a essere preoccupata.

La mia domanda classica ai pazienti è: cosa hai mangiato ieri sera a cena? Se non lo ricordi, preoccupati. Non è più un fenomeno di invecchiamento normale, soprattutto se si accentua nel tempo. È quello che noi chiamiamo disturbo cognitivo lieve. In una persona giovane (sotto i 75 anni) è un campanello di allarme di un Alzheimer precoce. E in una persona giovane sotto i 70 merita sicuramente una serie di approfondimenti. Si parte con una Tac, una risonanza magnetica, le analisi del sangue e i cosiddetti test neuropsicologici. I test servono a valutare le varie memorie: quella prospettica (domani cosa devo fare?), quella a lungo termine. Poi ci sono altre funzioni cerebrali che vengono chiamate corticali superiori, funzioni neuropsicologiche (riconoscimento di persone note). Inoltre, si fanno scrivere delle frasi, si guarda la grammatica. Durano un’oretta, in genere li fa lo psicologo e non il neurologo e danno la misura del deficit di quella persona.

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Quando è bene rivolgersi al neurologo

 Come si capisce se un disturbo cognitivo è l’anticamera dell’Alzheimer? LA DEMENZA Chiediamoci: Cosa ho mangiato ieri a cena? Si può fare anche da soli ogni volta che vogliamo. Se non ce lo ricordiamo comincia a essere un guaio. Si va dal neurologo quando c’è un cambiamento avvertito dalla persona stessa o dai familiari nella vita lavorativa o in famiglia. Se un giudice sente la difficoltà di scrivere una sentenza, se un’insegnante fa difficoltà a fare una lezione. Se uno fa un mestiere manuale in genere se ne rende conto meno precocemente. In genere chi ha un’alta scolarità se ne rende conto prima. Un cambiamento significativo dell’attività lavorativa è un elemento fondamentale che segna una differenza netta. Persone a. Persone che hanno maggiore consapevolezza delle proprie capacità cognitive si rendono conto prima se qualcosa non va che hanno maggiore consapevolezza delle proprie capacità cognitive si rendono conto prima se qualcosa non va.

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Come si capisce se un disturbo cognitivo è l’anticamera dell’Alzheimer

Il disturbo cognitivo lieve dovuto all’Alzheimer si trasforma in demenza, in un anno, nel 10% dei casi. Gli altri? Nulla tornano indietro e quindi significa che il disturbo era dovuto ad altro. Come facciamo a individuare le persone che si ammaleranno? Con la Pet amiloide che riesce a marcare la proteina che si deposita nel cervello: nei casi che diventano Alzheimer si accumula in particolari regioni, nella corteccia temporale e parietale. Oppure con un altro esame ancora più preciso: quello del liquor che è contenuto nel midollo spinale. Se contiene poca proteina amiloide vuol dire che è sequestrata dal cervello. E quindi ci sarà una trasformazione in malattia.

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Demenza, a che punto è la ricerca

Demenza è un termine generico che corrisponde a un cambiamento significativo nelle funzioni della vita di relazione con una perdita della memoria o di altre funzioni cognitive. Ci sono delle demenze che chiamiamo secondarie o sintomatiche: per esempio, la tiroide che funziona poco fa perdere la memoria; con un trauma cranico abbiamo una demenza post traumatica che solo in parte si recupera. Anche la menopausa (con la mancanza di estrogeni) può dare qualche disturbo cognitivo lieve insieme all’ansia e ai disturbi depressivi.

Poi ci sono demenze vascolari per ictus e ischemie. Accanto a queste forme di demenza, più o meno curabili, ci sono le cosiddette demenze primarie o degenerative che sono in primis l’Alzheimer, la demenza frontotemporale e la demenza che si associa a sintomi parkinsoniani. Per queste forme non ci sono terapie curative. La causa si ritiene sia dovuta all’accumulo di alcune proteine del cervello ma la riprova di tutto questo ancora non ce l’abbiamo. Negli ultimi anni sono stati provati dei farmaci che le rimuovono, sono anticorpi monoclonali. Questo filone di ricerca ha dato però solo un parzialissimo successo con un farmaco che si chiama Aducanumab, un anticorpo monoclonale che agisce contro la proteina amiloide.

Somministrato per due anni con un Alzheimer a livello iniziale, quindi con un disturbo cognitivo lieve, rallenta tra il 5 e il 10% la progressione della malattia. Praticamente niente. Su 8 anni, che è la durata media della malattia, dà 8-10 mesi in più. Al momento in Europa non viene utilizzato, è stato approvato in America, per un anno, in via sperimentale.

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I TEST

I test autosomministrati ci sono, ma non sono mai entrati nell’uso e richiedono sempre un osservatore. C’è una difficoltà a fare una valutazione da soli perché non sono mai stati standardizzati.

Il test più popolare che fa il medico di famiglia, si chiama Mini Mental state examination, Mmse. È un test che si fa in 7-8 minuti che esplora una serie di funzioni: il calcolo, la copia di un disegno, la scrittura di una frase, la memoria recente che si fa con la prova delle tre parole.

Il test delle tre parole: si dice al paziente di ripetere tre parole, lo si distrae facendogli fare un calcolo e dopo si verifica che ricordi almeno una delle tre parole. È un test che consente di inquadrare subito la situazione.

GLI AIUTI PER LA MEMORIA

1. Restare sereni e non farsi prendere dall’ansia di leggere tanto e rivedere quello che si è letto, riassumendolo nella testa. Ripetere come quando si studia. La memoria si allena imparando a memoria poesie nuove. O reimparando quelle che si sapevano. Serve fare le parole crociate, giocare a carte.

2. Giocare con gli amici a Burraco è terapeutico? Il bridge e lo scopone scientifico lo sono molto di più. La briscola che obbliga a tenere a mente le carte che sono passate è utilissima. Sono tutte cose che aiutano a tenere la memoria allenata. La memoria è come un muscolo.

3. L’alimentazione serve? Deve essere ricca di antiossidanti. Va benissimo la dieta mediterranea ricca di verdure e di frutta. Serve anche un bicchiere di vino rosso e soprattutto tanta attività motoria. Sembra strano ma i muscoli producono dei fattori che sono vitamine per i neuroni, l’attività muscolare aiuta a vivere più a lungo e meglio. I circuiti motori attivano tutti i circuiti del cervello e lo mantengono più giovane. Se il cervello lo lasci perdere, non lo tieni allenato funziona di meno. Anche i ragazzi giovani che fanno i test per entrare a medicina hanno imparato che non solo devono imparare le materie ma devono essere veloci, avere la tempistica in testa.

4. Un utilizzo troppo intenso delle proprie capacità cognitive può creare conseguenze? Noi siamo multitasking, possiamo fare più cose insieme. Scrivere, guidare, parlare, ascoltare qualcuno, nello stesso tempo: tutto questo ha però un limite. Se lo fai continuamente per ore e ore, a un certo punto può esserci uno choc che momentaneamente può diminuire le capacità cognitive. In quel caso però è sufficiente riposarsi e recuperare. In caso di una malattia degenerativa il recupero non c’è. Non è un caso che a scuola si fa lezione per una o due ore ma poi c’è l’intervallo. Il cervello ha dei limiti, si possono superare e accusare stanchezza ma nella normalità si recupera piuttosto velocemente.

5. Farmaci che realisticamente migliorano la memoria non ce ne sono. Conta più recuperare l’attenzione quando si fanno le cose. Darsi un metodo, allenarsi. Agli studenti, che chiedono un aiuto per fare gli esami, io do la vitamina B12 fa bene a tutto e l’affetto placebo è garantito.

 



 

 

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