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Empoli, 40 anni di lavoro tra rumore e carichi pesanti: il caso di una donna che ha “ribaltato” l'Inail e ha vinto la sua battaglia

di Redazione Empoli

	Il tribunale ha dato ragione alla donna
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Il tribunale ha dato ragione alla donna

La decisione del Tribunale di Firenze riconosce il legame tra anni di mansioni usuranti e il danno biologico riportato dalla lavoratrice, obbligando l’Inail a versare arretrati e indennizzi dopo un contenzioso iniziato nel 2019

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EMPOLI. Per quasi quarant’anni ha lavorato in una fabbrica dell’Empolese specializzata nella lavorazione delle pelli. Un impiego fisicamente impegnativo, fatto di sollevamenti continui, ambienti difficili e mansioni ripetitive. Oggi, dopo anni di dolori e diagnosi, una sentenza del Tribunale di Firenze ha riconosciuto che quelle condizioni hanno inciso in modo permanente sulla sua salute, smentendo la posizione dell’Inail che non aveva ritenuto le patologie di origine professionale.

Un percorso di lavoro segnato da sforzi e carichi pesanti

La donna, impiegata per decenni nel reparto produttivo, era chiamata ogni giorno a movimentare materiali molto pesanti: carichi di pelli tra i 20 e i 35 chili da sollevare in coppia e collocare su scaffalature alte quasi due metri. A questo si aggiungevano il trasporto delle pelli verso i macchinari, l’inserimento nei dispositivi e il taglio dei materiali con piccoli coltelli per adattarli alle lavorazioni. Un’attività ripetuta per anni in un contesto tutt’altro che semplice: rumore costante, umidità elevata, temperature alte e assenza di dispositivi di protezione. Un insieme di fattori che, secondo i medici, ha contribuito allo sviluppo di diverse patologie osteoarticolari.

Le diagnosi e il primo no dell’Inail

Nel corso del tempo la lavoratrice ha sviluppato una serie di problemi: spondilodiscopatia lombare, rizoartrosi alle mani, tendiniti e altre condizioni che hanno richiesto cure e interventi. Nonostante il quadro clinico e il “danno biologico permanente” certificato, l’Inail aveva respinto la richiesta di riconoscimento della malattia professionale, sostenendo che le patologie non fossero collegabili all’attività svolta in fabbrica. Una decisione che aveva spinto la donna ad avviare un ricorso nel 2019.

La consulenza tecnica e la decisione del Tribunale

La svolta è arrivata con la consulenza tecnica disposta dal giudice del lavoro. L’analisi ha stabilito che le patologie riscontrate sono compatibili con le mansioni svolte per quasi quattro decenni e che esiste una correlazione diretta tra l’attività fisica richiesta dal ruolo e il danno biologico permanente. Il Tribunale di Firenze ha quindi accolto il ricorso dell’ex operaia, riconoscendo un’invalidità del 19% e condannando l’Inail a corrispondere gli arretrati e le somme che la donna avrebbe dovuto percepire dal 2019, oltre alle spese legali.

Una sentenza che apre uno spiraglio per altri lavoratori del settore

Il caso, oltre a restituire alla donna un riconoscimento atteso da anni, potrebbe avere ricadute più ampie. Il settore conciario è noto per le condizioni di lavoro fisicamente gravose e la decisione del Tribunale potrebbe diventare un precedente importante per altri lavoratori che si trovano in situazioni analoghe.

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