Il Tirreno

Empoli

Aristide Benedetti partigiano dimenticato

Riccardo Cardellicchio
Una vecchia immagine del Padule di Fucecchio, teatro dell’Eccidio del 23 agosto 1944
Una vecchia immagine del Padule di Fucecchio, teatro dell’Eccidio del 23 agosto 1944

Nell'estate del 1944, fu a capo di una piccola formazione nel Padule di Fucecchio

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 FUCECCHIO. Nell'estate del 1944, in Padule, ci sono anche i partigiani. E' un gruppo male armato. E' capeggiato da Aristide Benedetti, 36 anni, del Partito d'Azione. E' insegnante di liceo, noto antifascista, di Ponte Buggianese. Fino dalla dichiarazione della guerra, nel suo studio a Pistoia, posto in via dell'Amore, si riuniscono numerosi antifascisti di diversa collocazione politica. Il primo collegamento è con l'avvocato Emanuele Romei, capo del partito comunista della provincia di Pistoia. Si discute e si preparano volantini da diffondere dappertutto. Così fino al 25 luglio 1943. Il giorno dopo, Silvano Fedi e Romei, assente Benedetti, tentano di metter su una manifestazione a Pistoia. I due vengono arrestati, l'iniziativa muore sul nascere.  Benedetti, di ritorno da Ponte Buggianese, sa dell'insuccesso e il giorno stesso organizza una dimostrazione. Inizio alle 11. Nasce tra mille difficoltà, timori. Ma si trasforma in un vero e proprio atto di forza, che costringe le autorità a rilasciare Fedi e Romei. Tutti parlano di Benedetti, ora. E' un punto di riferimento per l'antifascismo militante. L'attività militare del gruppo si limita, in questo periodo, alla raccolta di armi e alla ricerca di altri aderenti, in Pistoia e nella Valdinievole. Collaborano con Benedetti, Giuseppe Banditori e Carlo Martini, detto il Ciarlino. L'organizzazione, che non ha ancora un nome, s'allarga. Arriva in provincia di Lucca, fino ad Altopascio, dove fa capo a Giuliano Blei, ebreo.  Nei primi giorni dell'agosto 1943, i rappresentanti dei più importanti gruppi della Valdinievole vengono riuniti, da Benedetti, in località Fonte dei Mascagni, presso Querce (Fucecchio). Ma c'è una spiata e Benedetti è arrestato e denunciato al Tribunale di Bologna. Lo rilasciano alla fine di settembre, e si rimette al comando del gruppo. Ma un'altra spiata, lo costringe a fuggire, a raggiungere Fabriano, nelle Marche, dove rimane fino al 15 marzo 1944. E' il giorno in cui riesce a rientrare clandestinamente a Ponte Buggianese. S'incontra con Arrighetto Dini Sorini, che è in possesso di armi e munizioni prese in una caserma di Certaldo. Si ha la costituzione di un primo nucleo armato nel Padule di Fucecchio, il cui comando è affidato a Ferruccio Dini. Nello stesso tempo, Benedetti cerca altre armi e altri uomini. S'incontra con un certo Berti, detto lo Zoccolaio, capo di un'altra banda armata. Concertano un'azione in comune. Devono impossessarsi di armi e munizioni esistenti a Santa Lucia di Pescia. L'operazione non riesce.  Benedetti tenta di riallacciare i rapporti con Pistoia, con i vecchi compagni. Ha un primo contatto con un comunista abitante a Pistoia, il cui nome convenzionale è Cesare. Ottiene una promessa di armi, che non viene mantenuta. Parla, poi, con Vincenzo Nardi, comandante della XII Zona, che va dal lago Scaffaiolo al Treppio e fino al Montalbano e alla Valdinievole. Nardi lo fa incontrare con un certo Barni del Comitato di Liberazione Nazionale di Montecatini Terme.  Sul finire del mese di giugno, Benedetti può parlare a quattr'occhi con Bendinelli (Lampo), caposquadra della formazione di Manrico (Pippo) Ducceschi, un intellettuale inquieto, filosofo, fantasia galoppante, simpatie per il movimento "Giustizia e Libertà", gran lettore di Hemingway, coraggioso, onesto e innamorato della natura. Benedetti confida nella sua parola, e fa bene. Finalmente può avere altre armi: tre moschetti inglesi, sei Sten con cinquanta caricatori, migliaia di colpi, numerose bombe a mano di fabbricazione americana.  Dopo l'azione del 6 luglio, in località Fattoria di Ponte Buggianese, si disperde il gruppo di Ferruccio Dini, accampato nel Padule di Fucecchio, in località La Monaca. Il grosso della formazione s'è sparpagliato nella campagna di Ponte Buggianese, con punto di riferimento, in Ponte Buggianese, la famiglia Martini. Un altro raggruppamento è in via di riorganizzazione a Pistoia, al comando di Daniele Bina. Verso il fronte dell'Arno, a Querce di Fucecchio, opera il gruppo guidato da Emilio Vita, e un altro è a Stabbia, capitanato da Renzo Frediani.  A metà luglio, Benedetti si persuade che il Padule di Fucecchio si presta come base operativa e come punto di partenza per azioni di disturbo contro i tedeschi. Ma una piccola formazione può fino a un certo punto. Perciò, Benedetti cerca contatti con formazioni limitrofe, per ottenere una concentrazione di forze. Vuole far nascere la brigata "Valdinievole", forte di quasi 200 uomini. Sembra tutto fatto. C'è la data del concentramento in Padule.  All'ultimo momento, però, si hanno defezioni. Qualcuno pensa che il Padule possa trasformarsi in trappola. Altri, che esista il rischio di malattie. Altri ancora temono infiltrazioni di spie. Benedetti non insiste. E' il 30 luglio. Decide d'andare da solo, con il suo gruppo, che chiama "Silvano Fedi", in memoria dell'amico morto il giorno prima, a Montechiaro (sul Montalbano), dove aveva un appuntamento con una persona di cui si fidava. Ma è morto in un agguato. Qualcuno ha fatto la spia.  Benedetti fa trasportare le armi rimaste nascoste a Ponte Buggianese. E' un'operazione rischiosa. Numerosi nazisti presidiano la zona. Si tenta ugualmente. E un partigiano - Luigi Nardoni - viene scoperto. Subisce un lungo interrogatorio, sevizie. Infine, è eliminato in località Alberghi di Pescia. Maria Fattorich, 18 anni, nella formazione da giugno (la pupilla di Benedetti, si dice, con una punta di malizia, ma senza prove), riesce invece a cavarsela e a mettere in salvo le armi rimaste allo scoperto con la cattura di Nardoni. Vengono effettuate azioni notturne, "visite" ai fascisti. Ma durano poco. Benedetti stabilisce, e tutti accettano, di cessarle e di dedicarsi esclusivamente ad azioni militari contro i soldati tedeschi. Le ritiene più efficaci.  Benedetti non sta bene. Il 21 agosto, le sue condizioni sono preoccupanti. Non è possibile tenerlo ancora in Padule. Ha bisogno di cure. Lo portano in un casolare della gronda, dove due medici - Leone Stefanini e Amerigo Baldi - gli riscontrano "una grave forma di febbri paduline con fenomeni di artrite e di ittero". Va curato con attenzione. Si prendono accordi con il presidente del Cln di Montecatini, Romolo Diecidue. Gli fornisce documenti falsi e lo fa portare con un'autolettiga a Montecatini. Benedetti tornerà a farsi vedere dopo la Liberazione. Il comando passa al vice Arrighetto Dini Sorini, che nel pomeriggio del 21 agosto s'imbatte in un autoblindo. C'è uno scontro a fuoco. Un tedesco rimane ferito.  22 agosto, calma piatta. Neanche l'ombra di un tedesco. All'alba del 23, ecco una compagnia di tedeschi armati fino ai denti, dalle parti di Ponte Buggianese. I partigiani non si rendono conto, non capiscono che cosa sta accadendo. Dice, Arrighetto Dini Sorini: «Ridotti a una ventina di partigiani, decisi, con l'approvazione degli organizzati, di ritirarci nell'interno del Padule, trasportando armi e munizioni».  Si ritirano nel momento in cui è in atto la strage. Nel 1945, Benedetti si trasferisce a Pistoia, in via del T n. 8. E' deluso. Non è più sindaco di Ponte Buggianese. E il 12 aprile risponde alla commissione d'inchiesta britannica.  Lo fa con numerose imprecisioni. La più evidente. Dice d'essere in Padule il 23 agosto con la malaria. In realtà se n'è andato il 21, in condizioni gravi, e il 23 è in ospedale, perdipiù con una gamba infermata dall'artrite. Lascia ben presto anche Pistoia per trasferirsi a Firenze, dove insegnerà lettere nei licei e scriverà libri per la scuola. Morirà nel 1967, a 59 anni. Dimenticato. Ingiustamente.  

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